martedì 29 settembre 2015

KAFKA MI FA UN BAFKA

Voglio continuare a scrivere dei problemi legati alla mia casa per sottolineare quali siano le criticità cui una donna maltrattata deve fare fronte e come certe Istituzioni preposte alla tutela dei bisognosi se ne occupino.
Il 25 aprile 2015 mi fu spiegato che sarei stata contattata dall'Assistente Sociale di competenza di lì a sei mesi dopo. 
In effetti, ad onor del merito, di mesi ne sono passati “solo” 5.

Mi viene indicato un indirizzo che appunto sulla app Google Maps, per facilitarmene l'individuazione. Eppure all'indirizzo indicato esiste solo una Piscina Comunale! Chiamo la sede e mi spiegano che QUEL numero civico corrisponde alla Piscina, in cui devo entrare per poter vedere un altro portone con il loro cartello. Un altro accesso facile! Pare che Servizi Sociali ed Uffici Comunali preposti al sostentamento dei disabili o alla attribuzione di un alloggio popolare di Milano abbiano questo vizio.

Quando finalmente accedo parlo con l'Assistente Sociale, che risultato ne derivo? Ne derivo di sapere che nel frattempo, il famigerato Albergo Diffuso si è trasformato da progetto per “adulti singoli in gravi condizione economiche e di salute” a “giovani coppie con prole in tenera età”. Insomma, definitivamente tagliata fuori. E dire che un Assessore contattato da me mi ha accusata di essere imprecisa! 

Oh ma signora, non tutto è perduto, incalza la generosa Assistente. Mi informa infatti che potrei essere inserita in altri ambiti. Uno, è dedicato ai senzatetto, cui viene attribuita una dimora in alloggio condiviso con altri clochard, che a Milano si chiamano BARBONI. L'organizzazione in cambio preleva alla fonte i loro redditi, lasciandogli 180 euro mensili, zecche e pulci come coinquilini complementari. Direi che non fa al caso mio.

Ve ne sarebbe un secondo, dedicato agli invalidi di qualsivoglia natura, sempre in alloggi condivisi, senza il cammino verso l'assegnazione di alloggio popolare, dietro pagamento di locazioni modeste che si aggirano intorno ai 500 euro mensili. Troppo per le mie tasche, tenendo conto che dovrei condividere la mia camera con disabili, magari tristanzuoli. Non ho bisogno di tristezza.

L'ultima spiaggia, invece, è legata ad un'organizzazione caritatevole cattolica, di cui non faccio nome, che concede gratuitamente alloggi di sua proprietà a rifugiati ed emigrati senza casa né lavoro, i quali li condividono. Costoro saranno poi accompagnati su un percorso di inserimento al lavoro e di assegnazione di alloggio popolare. Questa terza la vedo più come un'opportunità per me, sebbene non capisca come una milanese doc possa essere ritenuta una rifugiata. Esprimo la mia perplessità alla Assistente Sociale, la quale mi porge un biglietto su cui è scritto il nome e il recapito del Responsabile di questa organizzazione caritatevole, dicendomi: Si faccia spiegare da loro come funziona. Cosa che faccio subito dopo essere uscita da lì. Mi viene rivolto un cazziatone per essermi azzardata a chiamare direttamente, senza l'intercessione dell'Assistente Sociale. Eppure avevo debitamente spiegato quale fosse la situazione. Ci lasciamo con le scuse da parte della caritatevole organizzazione, che esprime l'intenzione di chiamare l'improvvida Assistente Sociale.

Insomma, altro buco nell'acqua. Ah no! Dimenticavo che l'Assistente Sociale mi ha fatto notare che non posso mantenere la residenza nella casa da cui fui sfrattata oltre un anno e mezzo fa. Grazie! Lo sapevo anch'io! Ma dove la posso portare, se non ho casa? Facile: Si rivolga alla Caritas, signora! E così non mi resta che affrontare anche questa umiliazione, la Caritas...

Il giorno dopo, siamo intorno al 20 di settembre, vado nella sede centrale, dove trovo una coda di sfigati (come me? Mannaggia quanto sono caduta in basso!) e leggo un cartello: SI AVVISANO GLI UTENTI CHE NON SONO ACCETTATE DOMANDE DI RESIDENZA FINO AL 30 DI SETTEMBRE. Incoraggiata, (?) busso ad una delle porte, mi faccio mettere in lista per la domanda di residenza presso di loro, ma pochi minuti più tardi mi viene spiegato che la posso inoltrare soltanto se presso il Comune risulto nella condizione di SENZA FISSA DIMORA. Faccia richiesta di risiedere presso il Comune, Signora, mi viene consigliato.

Chiamo la sede centrale del Comune di Milano allo 020202 dove un'impiegata solerte si informa circa la mia richiesta. Quando mi riporta il risultato, conferma: Sì Signora, si rivolga ad una qualsiasi delle nostre sedi con Carta Identità, patente e libretto di circolazione, che verrà fatto tutto.

Fiduciosa, mi reco nella sede di Zona 9. Dove allibiscono E la Sportellista E la Responsabile dell'ufficio. Non può portare in Comune la sua residenza! Mi faccia chiamare dall'Assistente Sociale che le spiego io come funziona e si rivolga al Parroco qui vicino per portare la residenza presso la Parrocchia.

Inutile dire che il Parroco manco ha aperto il cancello.


Sono passati 10 mesi senza casa, vivo ospite di persone di buon cuore, trascorrendo le mie giornate negli uffici pubblici che dovrebbero dare sostegno ai bisognosi. Ne ricevo solo una convinzione; Kafka e il suo PROCESSO sono io!

domenica 27 settembre 2015

UN DRAMMA COME TANTI

Antonella Caprio, autrice

Oggi vorrei scardinare una consuetudine malefica, una usanza inopportuna, un costume distruttivo, un detto popolare assassino: TRA MOGLIE E MARITO NON METTERCI IL DITO.
Anche a costo di andare contro i luoghi comuni, vi imploro: mettetecelo, QUEL dito, perché la vita di una donna potrebbe essere salvata.

Lo dice molto bene la pièce QUESTA STORIA SBAGLIATA di Antonella Caprio, già autrice di testi teatrali e romanzi: NON C'E' CUORE (n. 3 Premi Letterari Internazionali) e IL SEGRETO DEL GELSO BIANCO (n.3 premi letterari nazionali).
Patrizia Pozzi, attrice
Eugenio Gradabosco, attore
Patrizia Pozzi ha realizzato autoscatti con  farfalle sovraimpresse in colori violenti su mani maschili


Durante la visione, pensavo: Questa situazione sembra reale, vera, vissuta. Rabbrividivo e piangevo di compartecipazione. Eppure Antonella non mi ha detto di avere subito violenze...

Nel successivo dibattito, ecco svelato l'arcano. Antonella ammette di avervi assistito indirettamente. Ogni parola del diverbio e il grido disumano della donna ammazzata le rimbombano per tanto tempo nel cervello e nel cuore, a tal punto da indurla a scriverle. Se la scrittura è terapia, allora mi domando se con la pièce non voglia espiare la colpa di non essere intervenuta. Se così mai fosse, la rassicuro affermando che ce l'ha fatta, perché la sua invocazione di salvezza arriva forte e chiara a tutti, uomini e donne comprese. La platea era ammutolita nella gioia del riconoscimento del proprio dramma personale, annichilita nella vergogna di essere umano.

Infatti, solo due specie animali ammettono il genocidio: il bonobo e l'uomo. Il nostro genoma contiene in nuce il germe della violenza.

A fine rappresentazione, il dibattito rende protagonisti la sottoscritta, invitata come ospite d'onore per la mia testimonianza di vita, da cui ho derivato il saggio CORPI RIBELLI – resilienza tra maltrattamenti e stalking, un manualetto in cui si trovano nomi, telefoni ed indirizzi di coloro che aiutano.
Al termine del dibattito, vengo abbracciata da sconosciute che hanno condiviso violenze domestiche. Una di loro piange di compassione, le dico: Capisco che anche tu hai subito! Annuisce, felice di essere riconosciuta. Un'altra, con espressione dura, mi confida nell'abbraccio ferreo in cui mi stringe, di aver assistito da bimba alle violenze domestiche che il padre infliggeva alla madre, mai ribellatasi. Da subito accusò la madre di non averlo fatto.

Il criminologo Antonio De Salvia, illustre dauno, laureato in filosofia presso l’Università di Torino con specializzazione in criminologia clinica presso l’Università di Genova, autore di vari trattati sulla pena ed il volontariato all'interno delle carceri, nonché referente organizzativo di eventi organizzati dalla Associazione NESSUN UOMO E'UN'ISOLA con lo scopo di recuperare il complesso edilizio de le carceri Le Nuove di Torino, per aprire una struttura utilizzata a contenere, separare ed emarginare, a persone libere, desiderose di riflettere e capire.

Eugenio Gradabosco, attore e regista italiano, protagonista maschile de UNA STORIA SBAGLIATA, molto in parte. Nel 2010 è stato il Cuoco Zibibbo nella Melevisione, un programma per bambini di Rai YoYo.


Patrizia Pozzi, valida attrice di prosa, lavora anche come logopedista. Compie studi artistici ed è appassionata di arti figurative, lo si coglie perfettamente nel suo allestimento scenografico

E' la protagonista femminile di QUESTA STORIA SBAGLIATA, ed esordisce così: Quand’ero bambina mi piaceva collezionare farfalle… Mi incantavo a vedere quelle ali, grandi, colorate, infilzate con gli spilli nelle teche… Farfalle catturate nell’attimo del loro viaggio più bello. Immortalate per sempre nella loro sublime bellezza. E messe lì. Sottovetro. Per sempre.

Lei stessa è farfalla, baco brutto sbocciato alla bellezza grazie all'amore dell'uomo che poi arriva a sposare. Ne è innamorata, con quella stessa sublime leggerezza della farfalla nata a nuova vita post-crisalide. Ma si rende conto troppo tardi che suo marito l'ha infilzata di spilli. Quando si ribella, muore ammazzata, perché il marito la vuole amare per sempre, possederla per sempre.
Io l'amavo, ripete il protagonista maschile nel suo mantra stonato.
Ma l'amore rende liberi, non infilzati in una teca di vetro.







mercoledì 23 settembre 2015

ITALIA DA MISS

Diciott'anni e non sentirli! Ebbene sì, è stata eletta una diciottenne, con tutto il suo bagaglio culturale da diciottenne, che non sarà quello di una Margherita Hack. Perdoniamole allora la sua uscita del 42? No. Provo a spiegarvi perché.

Dubito che la Miss ignori le date. Dubito che la Miss ignori il carico di dolore che porta la guerra. Lasciatemi dubitare anche che abbia citato il 42 con scopi letterari (LA GUIDA GALATTICA PER GLI AUTOSTOPPISTI. I meno lettori si leggano almeno la spiegazione su Madre Wiki).
Fin dalle elementari, ci viene insegnata la storia della II Guerra Mondiale, di cui sappiamo anche la durata: da circa il 1938 a circa il 1945. Si dovrebbero persino conoscere le date di inizio e della fine. Perciò sottolineo l'uso del circa. E allora vogliamo davvero credere che questo CIRCA non faccia parte anche del bagaglio culturale di una diciottenne, ok scusate, quasi diciannovenne? Ovviamente, la mia è una domanda retorica.
E direi che la polemica possa finire qui.

Ne accendo un'altra. I commentatori che fanno della ironia sul 42, si sono permessi perché nel parlato non si percepisce l'apostrofo. La mia domanda è: si sono permessi di farlo, in nome del maschilismo imperante che vuole le Miss belle e oche?
Ovviamente, è un'altra domanda retorica.
E direi ancora che la seconda polemica possa chiudersi qui.

Ne apro una terza. E' da notare quanto questa Miss Italia sia androgina, maschile. Almeno dai '70, il Mondo della Moda ha eletto la gaytudine degli stilisti a simbolo della creatività, non a torto. Ma, e qui dico: di conseguenza, da Twiggy in poi, le modelle sono andate vieppiù a smagrirsi, ad assottigliarsi, a perdere le loro forme di femmine, a negare le rotondità, ad assomigliare sempre più a maschi. Come a confermare questa tendenza, le stesse aspiranti Miss sfiorano l'anoressia. Di quest'ultima, circola una foto che mostra un Monte di Venere particolarmente prominente. Falsa o no, circola. CIRCOLA e la gente ci crede. Crede di vedere un attributo maschile.
Insomma, con questa immagine di donna maschile, promulgata sui Socials e sui Media, vogliono negarci il diritto di essere tonde, vogliono negarci il diritto di essere donne. E questa volta non è una domanda, ma un'avvilita constatazione.
Domanda provocatoria: vi ricordate il nome della Miss Italia 2015? Io no.


mercoledì 16 settembre 2015

RESILIENZA IN POMPA MAGNA

Ieri ho trascorso la giornata con un'amica che sta diventando vieppiù importante, Giulia. Una bella donna, alta, slanciata, sorridente, luminosa, separata, sui 54, maestra parrucchiera in casa. Anni fa si legò ad un uomo sposato ad un'altra. Il quale, nel corso della relazione, le promise i classici Mare&Monti, addirittura occupandosi di lei economicamente, fino a pagarle la locazione, illudendola di una nuova vita insieme, FUTURA. Il guaio è che questo futuro l'uomo lo procrastina sempre, fino ad invitare Giulia a farsi un amante. 

Pur di non dargliela vinta, lei gli dà ascolto. Sceglie di stare con un uomo che in breve tempo si rivela manesco e la picchia. Eppure lei resiste, determinata a non stare sola con la sua delusione. Infine si accorge che non lo ama. Che è solo uno stronzo, mentre ai suoi occhi lo sposato è un galantuomo. Trova il coraggio di lasciare il picchiatore. Finalmente. Si ripropone nel giro di qualche mese di lasciare anche lo sposato, sa di meritarsi di più. Almeno un uomo tutto intero e non part-time. Ma le riesce difficile, perché ne è ancora innamorata, nonostante. In fondo ha un debito di gratitudine nei suoi confronti. 

Tutte le sue amiche le ribadiscono ciò che lei sa già di suo. Deve lasciarlo e vivere finalmente una vita libera, perché sebbene non la picchi, le fa subire violenze psicologiche forse peggiori. Finché prende la fatidica decisione. Con calcolata strategia, lo attende per il pagamento della locazione mensile e per il taglio di capelli alle 14 di un pomeriggio. Lo sposato la chiama alle 12: Sei a casa? Lei, pur essendo in casa, risponde: No. La sua determinazione a sganciarsi dai desideri di lui è alta. Così quando l'uomo arriva alle 14, lei è pronta a dirgli che era in casa, ma che aveva preferito rispettasse gli orari prestabiliti, e con ferma gentilezza e uno spettacolare sorriso gli fa notare che non è al suo servizio. 

L'uomo ribatte: Lo sapevo, a mezzogiorno stavo passando sotto casa tua ed avevo visto la tua auto. Facciamo sesso prima o dopo i capelli? Giulia incassa quell'ammissione di controllo col suo solito sorriso, ma ha già un piano: lo eccita strusciandosi addosso ma non conclude, glielo fa arrivare … E qui mi fa un gesto fino alla gola. Sai Stefi, è super dotato, vuoi vederlo? 

Beh insomma, per farla breve, a questo punto spero abbiate capito il senso del titolo, perché non ripeterò più. Non vorrei che illustri uomini e donne dello Stato, tra gli oltre duemila lettori di questo blog, se ne abbiano a male. Giulia sa bene come tenere in potere un maschio, sa che quella pratica sessuale è scettro del potere. Gli regala il suo agognato orgasmo, restando in ginocchio tra le sue gambe, senza nemmeno spogliarsi.

Poi gli taglia i capelli, quindi lo fa pranzare. Il tizio le lascia i soldi della locazione più 50 euro per il full monty. E lo rimarca: Questi 50 non sono per i capelli. Lo chiamo tizio perché non è un uomo. Giulia, che è invece una donna di classe, sorride e ringrazia. Accompagnandolo alla porta, gli dice: Qui sei sempre il benvenuto, ma sappi che non faremo più sesso.
Da un mese Giulia ha trovato un nuovo partner LIBERO.
Dedico a Giulia il mio tormentone dell'estate 2015: STANDING OVULATION!


venerdì 31 luglio 2015

FOCA SPOGLIATA

Nel cuore degli anni '70, io bimba, ricordo bene le diatribe tra i miei genitori, di formazione e di frequentazione cattolica, circa l'opportunità da parte di periodici come L'ESPRESSO o PANORAMA di pubblicare copertine con donnine procaci (oggi, da femminista, dico: depauperate in ogni senso possibile). Stavano vivendo tutti l'esplosione della Rivoluzione Sessuale e tra i direttori dei periodici di riflessione sulla Società era scattata la gara della FOCA SPOGLIATA, in copertina come nell'interno del giornale. Ricordo quella donna crocefissa nuda e incinta pubblicata su L'ESPRESSO
per il referendum a favore della depenalizzazione dell'aborto (fu il 1975, mi pare). Ci furono anche programmi TV sorprendenti per la loro licenziosità, persino trasmessi in fascia protetta, come DRIVE-IN, fino all'esuberante e capezzolare COLPO GROSSO. Oggi il capezzolo non sarebbe accettato nelle nostre edicole e nemmeno in TV. In quarant'anni, pur con in mezzo il II ventennio e le sue veline,/meteorine/letterine, parrebbe abbiamo regredito. Con questo post, oggi, voglio chiedere se è vero e perché.

Il II ventennio sembrava aver consacrato i risultati delle lotte femministe. Donne sconosciute ai più (ma solo quelle belle) si sono sentite sdoganate, hanno usato i loro corpi poco coperti per scavarsi un briciolo di attenzione tra il pubblico. Voglio farne i nomi perché diversamente, alla luce dell'apparente ritorno del patriarcato, sembrerebbe che parli di aria fritta. Alcune (come Alba Parietti) si sono inventate un mestiere da pseudogiornalista grazie a seni e labbra rifatti, immantinente le giornaliste vere (come Lilli Gruber) l'hanno imitata. La prima vantava un cervello, ma che, ottenendo in TV solo passaggi da meteora, alla fine ha dimostrato di non avere. La seconda, che ha un cervello sopraffino, si rinnova ogni volta, presenziando con arguzia e sagacia i suoi ospiti televisivi.
Non voglio affermare che veline,/meteorine/letterine/albette siano de-ficienti, cioè difettino di qualcosa. Voglio solo constatare che tutta questa Rivoluzione Sessuale (in TV) non sia stata a vantaggio delle donne. Anzi, sia andata a loro detrimento. Perché l'esposizione mediatica di scollature e gambe e glutei ha portato alla svalutazione della Donna, del suo cervello, della sua essenza, permettendo ad opinionisti come Selvaggia Lucarelli di sbeffeggiare esempi preclari di Donne.

Se la donna può essere null'altro di come la vedete in TV, scollature e gambe e glutei, allora lo sarà anche se seduta in Consiglio Regionale (faccio i nomi: Nicole Minetti) o in Parlamento (Maria Stella Gelmini, Mara Carfagna, Giorgia Meloni). Questa trama porta al ritorno del patriarcato? Se così fosse, le giornaliste stiano attente a mostrare i propri corpi: per proprietà transitiva, le loro vere capacità potrebbero essere svilite.


Torniamo al capezzolo da copertina. Alla luce della mia precedente analisi, mi accorgo che forse non è moralismo quello che oggi ne impedisce la copertinizzazione. Forse, e mi auguro sia così, gli editori si sono accorti di quanto sia avvilente la mercificazione del corpo femminile. Avvilente per i contenuti dello stesso periodico. Sì, una copertina procace fa vendere, ma il pubblico cerca ben altro. Perché il procace ormai è a portata di click, gratis.

giovedì 30 luglio 2015

UN AMORE DENSO, CONSAPEVOLE

Un amico gayo, Lorenzo Masili, attivista politico/sindacale milanese, (qui uno dei tanti esempi di attivismo, questo il suo profilo Facebook), ha pubblicato pochi giorni fa un post su Facebook che si riferisce all'Amore tra uomini, portando l'esempio concreto di una coppia che si aiuta vicendevolmente nel rispetto reciproco delle differenze. Nel suo modo franco e diretto, Masili ci racconta l'esempio di questo amore “denso, consapevole” che espone quadri in un angolo della Francia, con orgoglio italiano, per un paese che non li riconosce. Dice: “La lotta per i diritti civili è per me principalmente un atto d'amore per il loro amore.”
Mi ha fatto riflettere ancora su quanto noi donne, invece, siamo staccate e interrotte tra di noi. Ne ho investigato i motivi anche quando stavo scrivendo CORPI RIBELLI.

Dal canto mio, io amo l'umanità intera, sia essa uomo o donna o bimbo. Amo di più le donne perché ho un afflato paternale e protettivo, perché vorrei incarnare gli ideali del cavalierato a tutela di chi ha pochi diritti o non ne ha affatto. Un esempio su tutti: le donne in Italia sono tutt'ora emarginate, soprattutto nei contesti lavorativi. Pur avendo dimostrato di poter assurgere con competenza agli stessi ruoli dei maschi, le femmine di pari livello non ricevono gli stessi stipendi. C'è ancora tanta strada da fare, non dimentichino le nuove generazioni le lotte delle loro madri.  Ma noto con malcelata amarezza che il nemico cui si riferisce Masili, quello che maggiormente ostacola il raggiungimento, nel mio caso, non degli omosessuali, ma dei diritti delle donne, sono le donne stesse.

Tornando al topic, ricordo come mesi fa un politico della nostra Regione (non voglio farne il nome qui per non dargli spazio che non merita, ma potete leggere il link) fece affermazioni contro il popolo gay tali da suscitare lo sdegno di tutti e da portare in piazza Aulenti a Milano una massa compatta di omosessuali (e eterosessuali) a protestare con efficacia. Le donne invece non si riuniscono più in piazza, quando viene leso loro un diritto. Dal Glass Cieling al feminicidio.

Quando un bimbo dice: “Roba da femmine”, noi madri per prime dovremmo cambiare il nostro atteggiamento sessista e stereotipato.

Quando una donna viene stalkizzata da un partner, dovremmo tutti sparare un faro contro lo stalker.

Quando una donna viene vilipesa, dovremmo far barriera tutti contro il predatore .

Quando una donna viene stuprata, dovremmo tutti ricordarci di prevenire uno stupro.

Quando una donna viene torturata nella psiche, dovremmo tutti attorniarla d'amore.

Quando una donna viene ammazzata, dovremmo tutti scendere in piazza!

Ogni giorno i quotidiani ce ne riportano le notizie. Alcuni di loro giustificano il fatto di cronaca nera con l'espressione omicidio passionale. Ma siamo in un'era troppo progredita per accettare ancora il concetto, perché non ci può essere passione nell'omicidio della propria partner, perché se siamo d'accordo che la parola passione attiene all'amore, allora la parola omicidio attiene all'odio.
Eppure, tra menefreghismo da una parte e scorrettezza di linguaggio giornalistico dall'altra, nessuno si indigna. La constatazione mi fa torcere dal dolore ciò che è più donna nel mio corpo.

Quando fui maltrattata da donne maltrattate, cui avevo offerto il mio sostegno, ho studiato nello specifico questo atteggiamento donna contro donna.

Dice Phyllis Chesler, psicoterapista, docente al college, attivista femminista newyorchese, in un suo testo ormai fuori catalogo: L'aggressività che si sviluppa tra donne è differente da quella che si instaura fra uomini. Le donne, per esempio, competono solo con le altre donne e non con i maschi; molte di loro sviluppano idee sessiste, nonostante di solito tendano a negarlo anche a se stesse. L'oppressione di cui il genere femminile è vittima nella nostra società si traduce spesso anche nelle opinioni e nei comportamenti delle donne verso altre donne.

Infatti, quotando questo articolo, concordo in pieno quando si scrive: “Spesso le donne si comportano in modo subdolo e manipolatorio, un comportamento che secondo alcuni psicologi ha origine dal rapporto madre/figlia e dalla lotta per contendersi l’amore del marito/padre. Una rivalità che spesso risulta dannosa sia per la vittima che per il carnefice, una spirale di vendette e ‘sgambetti’ che porta a solitudini e amicizie ‘finte’.

A dimostrazione che è un problema sentito e discusso, se ne trovano tracce persino in una fonte tutt'altro che autorevole, se non per la partecipazione larga di persone come noi.

La giornalista Irene Vella, inviata di Cristina Parodi, veneziana di adozione, è riuscita a costruire un testo auto ironico sulle donne che lei chiama bulle da strategia della tensione, quelle cioè che ti abbandonano solo dopo averti vampirizzato i contatti di lavoro. O quelle che ti stanno così vicine da mirare al tuo partner. O che alla notizia della tua gravidanza, si dimostrano premurose ma ti riempiono di paure. «Da adulte le bulle-vipere ti attaccano la autostima, ti feriscono per quello che fai e non tanto per quello che sei.” La giornalista non ha dubbi: «Le donne, alla fine, sono sempre più brave degli uomini. Anche nella cattiveria».

Alcuni sedicenti pensatori traggono spunto da una ricerca delle docenti australiane femministe Carleen M. Thompson, Susan M. Dennison and Anna L. Stewart, 2013
pur di giustificare il proprio becero maschilismo. Non faccio nomi per rispetto della privacy, ma vi riporto il link così che ve ne possiate sincerare personalmente.


Qui invece il .pdf delle tre scienziate, che, pur identificando nell'universo femminile, il principale perpetratore del reato di stalking, non contempla giustificazione alcuna per i vessatori maschi.

"This study investigated risk factors from the integrated theoretical model of stalking violence (ITMSV) with 703 participants classified as relational stalkers from South-East Queensland (Australia). Participants completed a self-report perpetration questionnaire assessing (a) relational stalking, (b) stalking violence (no/moderate/severe), and (c) predisposing (sociocultural, psychological, historical) and contextual (intentions, triggering events, disinhibitors) risk factors. Findings supported key propositions from the ITMSV. Severely violent stalkers were characterized by a greater number, and more severe types, of predisposing factors than moderately violent or nonviolent stalkers. The importance of contextual factors was supported in relation to moderate and severe stalking violence. Combining predisposing and contextual factors resulted in strong predictions of moderate and severe stalking violence. These findings highlight the pertinence of differentiating moderate and severe stalking violence and combining predisposing and contextual factors in assessments of risk". 

Anche l'edizione online de IL GIORNALE strumentalizza lo stesso lavoro, come dimostrazione della necessità di un ritorno al patriarcato, contro le donne.

Allora interrogandomi sulle motivazioni che contrappongono le donne contro le donne, torno alle affermazioni di Phyllis Chesler: “Di frequente alla base di questi atteggiamenti c'è un rapporto conflittuale tra madre e figlia o tra sorella e sorella”. 
Non per fare della psicologia da settimana enigmistica, ma penso che la conoscenza della rivalità Figlia/Madre/Matrigna sia alla portata di tutti, da Cenerentola/Biancaneve in poi.

Un grande pensatore come Nietzsche afferma: “Per troppo tempo nella donna si sono nascosti uno schiavo ed un tiranno. Perciò la donna non è capace di amicizia, ma conosce solo l’amore”.
Sì, la donna fu, ed è tutt'ora, schiava dell'uomo. Nessun accesso possibile alle funzioni clericali. Glass Cieling sul lavoro. La costola di Adamo. L'obbligo di cura dei figli e dei genitori. Dietro ad ogni grande uomo c'è una grande donna. Nessun diritto di voto fino al primo dopoguerra. Casalinga, nessun riconoscimento pensionistico, tanto per citare a caso alcuni luoghi comuni fondanti. In casa, tuttavia, nella conduzione familiare e sessuale, la donna si erge per contrappunto a tiranno e sembra vendicarsi. Sento tanti mariti sconsolati che sono diventati ex a causa di questa duplice tirannia. Quando siffatta donna incontra un nuovo amore, è amore incondizionato, nella speranza di non trovarsi nuovamente schiavizzata. Fino alla prossima delusione. Finché le madri cresceranno figli maschi cristallizzati negli stereotipi, quando incontreranno l'amore, resteranno deluse.

Siamo senza speranza. No. Voglio chiudere in due modi, la speranza che ho derivato da un'intervista al TG e facendo mie le parole di Irene Vella: “ E i discorsi sulle alleanze al femminile? Le donne per le donne? «La sorellanza esiste. Sono legami coltivati a lungo. Sono rari, belli, lenti e forti». Legami che sto cercando di consolidare con le mie amiche, di qualsiasi orientamento siano.

Dicevo di voler anche chiudere con una nota di maggior speranza di quella con cui ho iniziato questo post: ieri sera (28 luglio 2015) le donne (e gli uomini) sono scesi in piazza per protestare contro la sentenza di assoluzione al processo di secondo grado, che vedeva imputati alcuni ragazzi stupratori di una giovane 7 anni fa. Scelgo di riportare, tra i tanti articoli, quello de IL MESSAGGERO che pubblica lo sfogo della protagonista, perché mi ha mosso fino alle lacrime. Della sua vita, dice che è stata: “distrutta, maciullata dalla violenza. La violenza che mi è stata arrecata quella notte, la violenza dei mille interrogatori della polizia, la violenza di 19 ore di processo in cui è stata dissezionata la mia vita dal tipo di mutande che porto al perché mi ritengo bisessuale”. E ancora: “Essere vittima di violenza e denunciarla è un’arma a doppio taglio: verrai creduta solo e fin tanto che ti mostrerai distrutta, senza speranza”.

Leggetelo, capire meglio la speranza con cui voglio chiudere. La speranza, anzi, la certezza di un futuro migliore, che mi è derivata dalle parole di un padre intervistato al TG: “Ho un figlio maschio e una femmina. Voglio educare il maschio affinché porti rispetto al mondo femminile”.
Perché la violenza sulle donne è un problema degli uomini.



mercoledì 22 luglio 2015

RIVOLUZIONE SESSUALE

Morire di infarto nel 2015 per una donna che ha fatto come propria la missione di conquistare i cuori di una generazione di adolescenti appare quasi una beffa. Però, lei, amatissima da tutti, non fu amata da nessuno. Volle essere dimenticata.

Sì, sto parlando di Laura Antonelli: inchinatevi a 90, oh voi donne adolescenti di oggi davanti alla icona della Rivoluzione Sessuale.

Gli adolescenti di oggi (e anche gli adulti) hanno a disposizione siti su cui trovare sesso virtuale a pagamento. 
Ma nell'era preYouPorn, bastava una locandina di film per fare sognare. Quella di MALIZIA del '73, girato dal regista Samperi, inaugurò il capovolgimento dello sguardo maschile: da sopra la scollatura a sotto la gonna. Lei, statuaria e dominante, ma con straccio e sguardo dimesso, da quel giorno incarna (è il caso di dirlo!) l'immaginario del maschio medio italiano.

Dall'alto della sua bellezza consapevole, Laura Antonelli conosce le armi della seduzione e le fa sue, ma con aria di - qualcuno dice - fragilità (leggete il pezzo su VANITY FAIR dell'8 luglio a firma di Michele Neri perché è da STANDING OVULATION), io dico, non di sopportazione, ma di compassione. Perché la consapevolezza dell'ascendente erotico che hai sugli uomini ti cambia. Tu donna della Rivoluzione Sessuale devi decidere come usarla. Se con lo “sguardo puro e indifeso” che vede Michele Neri, o se con la compassione verso il maschio, col suo carico ormonale che lo fa sbarellare. Dal canto mio, propendo per la seconda soluzione, sebbene noi vecchie abbiamo dovuto passare nelle forche caudine di certi ambienti ecclesiastici che ci giudicavano prostitute. Col senno di poi, Laura Antonelli dev'essere stata una di queste vecchie che non ha retto.

Infatti, da come si è comportata negli ultimi anni della sua vita, a cominciare dai trattamenti estetici che le rovinarono il viso passando dall'arresto per detenzione di 36 grammi di cocaina, pare abbia scelto la strada della fragilità, fino ad arrivare alla Fede professata a tutto campo, alla eliminazione delle frequentazioni di ogni tipo. Una donna iconica come lei dovrebbe rimanere tale in ogni momento della vita. A cinquant'anni, per restare icona, avrebbe potuto scegliere di portare le rughe come medaglie. Anche scegliere uno stile di vita rigoroso, che consentisse la conservazione naturale della bellezza senza età in ogni età. Anche contornarsi di amici fidati, uomini o donne che siano.

Invece, affranta dagli affronti che le ha riservato una ingrata Società (degli uomini), ha scelto la solitudine e l'eremitaggio, confidando in Dio. I pochi amici rimasti inascoltati. Il suo cuore ormai era solo di Dio. E Dio gliel'ha preso.