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martedì 15 marzo 2016

INCONTRO CON L'AUTRICE

Non sono una guru. Non sono quella che sa tutto, e chi dice di esserlo, alimenta i miei sospetti. L'unica verità in tasca è quella dei dati ISTAT del 2006: una donna su tre ha subito violenza sessuale almeno una volta nella propria vita. Prima di dare informazioni su come sarà strutturato il mio intervento, ci tengo a dire che condivideremo esperienze, anche forti, partendo dalla mia. E cercheremo di stabilire quali siano le condizioni che un bel giorno ci fanno decidere di non subire più violenze dal partner. Quale cambiamento interiore occorra promuovere prima di lasciarsi alle spalle una vita di sofferenza conosciuta, al fine di scoprire un paio d'ali per volare alto.

Il 25 novembre 2013 è uscito in tutta Italia il libro
dell’ex-art director Stefania Pastori, detta GLOSS (acronimo di Gruppo di Lavoro e Osservatorio Sessismo e Stalking),
che ha abbandonato un incarico altamente specialistico nel settore pubblicitario per dedicarsi
alla salvezza di donne maltrattate.

Il manuale contiene gli incoraggiamenti degli operatori, in prima persona e i loro recapiti affinché le donne possano contattarli.
L'esperienza del cambiare è doverosa e possibile, per uscire dalle violenze domestiche prima che sia troppo tardi. L'esistenza di figli minori non è una scusa per rimandare, ma l'opportunità di impedirne il plagio smettendo di farli assistere alle violenze.

La rinuncia volontaria ad un lavoro prestigioso e ben remunerato, il ripudio dell’ipnosi sentimentalistica fondata sul ricatto della paura del rimanere sole, l’incrollabile fiducia nella forza motrice dei propri valori, una lucida follia spregiudicatamente visionaria, sono necessarie per tornare a scrivere in prima persona le leggi che governano la nostra vita e il nostro benessere.

Il XXI secolo ha in serbo per le donne qualcosa di grande: non facciamoci cogliere di sorpresa.

Questa comunicazione è concepita per promuovere ed agevolare un incontro con l’autrice
Essa si rivolge a:
1. Tutte le persone/organizzazioni che in questi mesi, attraverso il progetto divulgativo http://pastoristefaniagloss.blogspot.it/2016/02/un-incontro-speciale.html
hanno espresso il desiderio di ospitare un mio intervento nelle proprie realtà sociali, culturali, amministrative;
2.Tutte le persone/organizzazioni potenzialmente interessate ad ospitarla.

Modalità operative:
1. Inviare una mail di richiesta all’indirizzo pastoristefaniagloss@gmail.com, indicando:
a) i riferimenti della persona/organizzazione che richiede l’incontro
b) le principali aree tematiche su cui dovrebbe vertere l’incontro
c) luogo, data e ora desiderate, proponendo possibilmente almeno un’alternativa

2. Ai fini di un’organizzazione ottimale dell’incontro, chiedo:
a) La possibilità di proiettare alcune slides
b) L’allestimento di un banchetto (possibilmente assistito) per la vendita del libro
c) Il rimborso-spese per la trasferta (per la quale l’opzione privilegiata è sempre BlaBlaCar) e per l’eventuale pernottamento (per cui sono accettabili anche soluzioni di comodo)

d) Un piccolo contributo da definire volta per volta in funzione delle condizioni  

venerdì 18 dicembre 2015

EZIOLOGIA DEL FEMMINICIDIO

Tra ottobre e novembre, come ogni anno, si moltiplicano gli eventi legati alle donne, al rispetto della loro diversità, ma soprattutto alla lotta contro le violenze di qualsiasi natura. A fine ottobre, nella sala consigliare del comune di Oulx, in Alta Valle di Susa (TO), presenti le mie compagne di fede buddista, Maria Luisa Chiavassa nascosta da Federica  Giovannini, che sorride, alla sua sinistra, Eliane Doré, detta Lilly.  si è svolta una conferenza tenuta da una Sociologa dell'Università Autonoma di Ciudad Juárez e attualmente professoressa invitata dall’Università di Torino,Martha Estela Pérez.

Messicana, minuta, aggraziata, ma determinata, nel corso degli ultimi anni si è dedicata allo studio delle violenze perpetrate in questa piccola città del Messico, tristemente nota al mondo per l'efferata eliminazione di centinaia (CENTINAIA) di donne ogni anno.





Martha ci spiega come Ciudad Juarez in pochi anni si sia evoluta nella quarta città più grande del Messico, al confine con gli U.S.A., dunque in posizione strategica per il narcotraffico e per traffico umano. Tale posizione la rende una delle città di frontiera tra le più pericolose al mondo.
Cresciuta rapidamente grazie ad un trattato di accordi economici tra Canada, U.S.A. e Messico nel 1993, che prevedeva l'installazione e l'avvio di industrie produttive del Nord America proprio in Messico, Juarez ha raggiunto i due milioni di abitanti in poco tempo. Di questi due milioni, circa il 50 per cento vive in condizione di emarginazione, ai limiti della povertà.
A Ciudad Juarez il caos è la regola, non l'eccezione.

La principale forma di reddito per la popolazione proviene dalle industrie elettroniche per tv ed apparecchi paramedici, nate grazie al trattato del '93. Quasi tutti gli operai sono donne, perché, come sottolinea Martha non senza un certo sarcasmo, hanno maggiori capacità di manualità fine, ufficialmente si suppone che le donne vadano a creare meno problemi in ambiente lavorativo. In poche parole, sono più docili. Scommetto che avete già sentito queste considerazioni anche in Italia.

Dal 1993 a oggi, 8 mila sono i corpi trovati, tra poliziotti, delinquenti, donne. Donne. Giovani, di pelle scura, di famiglie povere, lavoratrici di queste industrie, strangolate, sono le prime donne che cominciano ad apparire dopo il trattato del 1993. Sequestrate. Torturate. Assassinate. Da questo dato, si desume quanto il rispetto per la vita sia un sogno lontano, perché la linea tra legalità e illegalità è fatta di sangue.

Con questa strage di donne, è qui a Ciudad Juarez che è coniata la parola FEMMINICIDIO

Un fatto su tutti. Nel campo detto Algodonero in un giorno del 2003 sono stati reperiti 8-10 cadaveri di donne (il numero non è preciso: i cadaveri erano smembrati) con le stesse caratteristiche. Vale la pena ripeterle: giovani, di pelle scura, di famiglie povere, lavoratrici di queste industrie nate dal trattato del '93, strangolate. Sequestrate. Torturate. Assassinate. Secondo la testimonianza della sociologa, pare che nel giro di una notte, sotto gli occhi della polizia, nel campo Algodonero i cadaveri siano cresciuti fino al numero di 14. Sotto gli occhi della polizia!
A chiunque apparirebbe evidente la connivenza tra narcotraffico, traffico umano e polizia.

Martha ci racconta anche come le donne di Juarez si siano ribellate in coro ai soprusi, alle sevizie, alle torture, agli strangolamenti, ai femminicidi, fino alla cattura di quelli che sospettiamo siano solo capri espiatori, ai quali sono state comminate pene esemplari. Nessuno vuole criticare l'operato della Giustizia di Juarez, ma 14 cadaveri in un campo sotto gli occhi della polizia parlano di ben altro. Anzi, URLANO.

Alla fine della conferenza della sociologa Martha Estela Pérez nasce spontaneo un dibattito, in cui si valuta l'incidenza della parola femminicidio nel paragone tra realtà come Ciudad Juarez e la nostra italiana. Pur consapevoli dell'orrore che suscitano entrambe, sono accezioni totalmente diverse. Là in Messico, si sono individuati alcuni colpevoli seriali che rivolgono le loro attenzioni a determinate vittime, occupanti uno specifico strato sociale. Qui in Italia, il femminicidio avviene tra le mura domestiche ed è trasversale. 

Non smetterò mai di urlare il motto di CORPI RIBELLI - resilienza tra maltrattamenti e stalking: VIA DALLE VIOLENZE DOMESTICHE PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI!




venerdì 23 ottobre 2015

ARTEMISIA GENTILESCHI

Il mio nome è Pastori, Stefi PASTORI, come quelli delle pecore. Voglio sottolineare l'importanza del cognome. Il cognome è la nostra missione, come dice un antico adagio Nomen Omen. Conduco verso la salvezza le pecorelle smarrite nelle violenze in casa. Perché il mio motto per loro è: VIA DALLE VIOLENZE DOMESTICHE PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI. Ho scritto un saggio contro i maltrattamenti in famiglia. Titolo: CORPI RIBELLI– resilienza tra maltrattamenti e stalking. E' una vera e propria guida per uscirne perché contiene nomi e recapiti di coloro che salvano le donne maltrattate. Ma non sono qui per parlarvi di questo.

Sono qui per parlarvi di Artemisia Lomi, detta Gentileschi, antesignana del femminismo. Premettendo che essere femminista non significa necessariamente essere lesbica, frigida o camionista, affermo con forza e determinazione di essere femminista. Nonostante certe illazioni strumentali reperite sul web nei circoli lesbici, forse legati ad un episodio della sua vita, quello che la vede coinquilina nonché amica di una ex vicina di casa, che poi ha dipinto nei suoi quadri, la Gentileschi non fu dedita all'amore lesbico. Anzi, i suoi liberi costumi sessuali sono noti a tutti fin dagli anni della sua gioventù.
Giuditta che decapita Oloferne. Ora, vi chiedo di osservare questo quadro, conservato al Museo Nazionale di Capodimonte. De la Giuditta che decapita Oloferne, un noto critico d'arte, certo Longhi scrive:
La lettura del dipinto sottolinea cosa significhi saperne di pittura, e di colore e di impasto: sono evocati i colori squillanti della tavolozza di Artemisia, le luminescenze seriche delle vesti (con quel suo giallo inconfondibile), l'attenzione perfezionistica per la realtà dei gioielli e delle armi.

Io, che fui Art Director nelle più importanti Agenzie Pubblicitarie di Milano, ho qualche strumento atto a definirlo, pur nella sua crudezza, opulento nelle persone, nelle vesti e nei gesti rappresentati. Opulento.

Spegniamo l'opera, perché ora vi leggerò parole di Artemisia Gentileschi, poi vi mostrerò di nuovo questo quadro e so che lo vedrete con occhi diversi.

« Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch'io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l'altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne »

Questa la testimonianza diretta di Artemisia Gentileschi al processo di stupro, secondo le cronache dell'epoca, conclusosi nel 1611. Tenete a mente l'anno, vi verrà utile tra poco: 1611. Per inciso, vi confesso che la prima volta in cui lessi le sue parole, piansi.

Ora so che riguardando la tela, Giuditta che decapita Oloferne (1612-13), avrete un diverso moto dell'anima. Vi prego di rilevare quanto sia impressionante la violenza della scena. Specialmente dopo aver ascoltato la testimonianza dello stupro!
La data del processo: 1611. La tela: tra il 1612 e il 13. Ora, se sapete che la Gentileschi fu stuprata PRIMA DELLA TELA, sapete anche che l'opera è stata interpretata in chiave psicologica e psicoanalitica, come desiderio di rivalsa rispetto alla violenza subita. Più che rivalsa, la chiamerei RESILIENZA.
RESILIENZA, ovvero quella capacità intrinseca all'animo umano di trasformare il dolore e la sofferenza, anche la più atroce, in ricchezza interiore. Perché tutta la storia della Gentileschi parla di RESILIENZA.

In una società come quella del XVII secolo in cui alle donne era fatto divieto di accedere alle scuole di bottega per diventare pittrici, immaginate quanta sofferenza debba aver assorbito la Gentileschi nel sapere che, durante il processo di stupro, gli accoliti dello stupratore insinuarono nella mente dei giudici e nell'opinione pubblica tanti dubbi circa la sua virtuosità. Con false testimonianze, l'accusarono di essere una donna dai facili costumi e dedita alla promiscuità sessuale. Che se la intendeva persino col padre.

Considerate che quella fu un’epoca in cui una donna già deflorata non poteva essere considerata vittima di stupro! Infatti, studi recenti hanno rilevato che nel Seicento il processo era basato sul concetto di stuprum, inteso come deflorazione di donna vergine o come rapporto sessuale dietro promessa di matrimonio non mantenuta. Il padre di Artemisia denunciò un suo collega (un certo Tassi, non lasciamo all'oblio i nomi dei sex offenders, vi prego!) che dopo la violenza non aveva potuto rimediare con un matrimonio riparatore. Quel Tassi difatti era già sposato (e nel frattempo manteneva anche una relazione incestuosa con la sorella della moglie). Del processo che ne seguì è rimasta esauriente testimonianza documentale, che colpisce per la crudezza del resoconto di Artemisia e per i disumani metodi inquisitori del tribunale.

La Gentileschi ha avuto non solo il coraggio di testimoniare, ma persino di sottoporsi allo schiacciamento dei pollici per confermare l'attendibilità delle sue accuse, cosa che per lei, pittrice, non dovette essere solamente umiliazione e dolore fisico.

Se pensiamo che ancora oggi le donne stuprate o vittime di violenza non hanno il coraggio di denunciare, possiamo davvero far assurgere la figura della Gentileschi all'empireo delle eroine (qui mi venne da scrivere EROI, pensate come il linguaggio stesso sia imbevuto di misoginia! Ad esempio, avvocato per definire una donna avvocata, consigliere per una donna consigliera, assessore per una donna assessora, presidentessa per una presidenta – lo so, quest'ultima è mera una provocazione - Questo argomento meriterebbe una serie di considerazioni a parte!)

Un paio di fugaci considerazioni in merito: tutt'oggi, le donne che denunciano stupratori, spesso NON SON CREDUTE. Più spesso di quanto sia lecito credere, sono sottoposte alla gogna mediatica (un esempio su tutti: giornalisti che le accusano di vestire discinte) e persino a quella di coloro che invece dovrebbero essere preposti alla loro tutela (carabinieri che nel raccogliere la querela, la sottopongono ad interrogatori lunghi e stressanti), o peggio davanti al Giudice (avvocati in difesa dello stupratore che, alludendo a presunti comportamenti libertini, le criticano). In definitiva subiscono una seconda vittimizzazione. Esattamente come accadde ad Artemisia Gentileschi 4, sottolineo QUATTRO secoli fa.

Gli atti del processo (conclusosi con una lieve condanna del Tassi) hanno avuto grande influenza sulla lettura in chiave femminista della figura di Artemisia Gentileschi.
Infatti, negli anni settanta del novecento, la Gentileschi diventò un simbolo del femminismo internazionale e del desiderio di ribellarsi al potere maschile. Contribuirono all'affermazione di tale immagine la sua figura di donna impegnata a perseguire la propria indipendenza e la propria affermazione artistica contro le molteplici difficoltà e pregiudizi incontrati nella sua vita travagliata.
Quindi, non solo lo stupro, ma anche il coraggio di scelte libertarie pre e post violenza ci consentono di guardare alla Gentileschi come modello di resilienza.

Pensate che per una donna all'inizio del XVII secolo dedicarsi alla pittura, come fece Artemisia Gentileschi, rappresentava una scelta non comune e difficile, anche se non eccezionale. Se ne possono ricordare una decina, sue contemporanee. Ma sempre troppo poche rispetto ai numerosi colleghi maschi. L'apprendistato presso papà Orazio rappresentò per Artemisia Gentileschi l'unico modo per esercitare l'arte, essendole precluse le scuole di formazione: alle donne veniva negato l'accesso alla sfera del lavoro e la possibilità di crearsi un proprio ruolo sociale. Una donna non poteva realizzarsi puramente come lavoratrice, ma doveva perlomeno sostenersi col proprio status familiare; il lavoro femminile non era riconosciuto alla luce del sole, ma si realizzava perlopiù clandestinamente, come dimostrano i registri delle tasse e i censimenti.

La Gentileschi riprese dal padre Orazio il limpido rigore disegnativo, innestandovi una forte accentuazione drammatica tratta dalle opere del Caravaggio, caricata di effetti teatrali; stilema che contribuì alla diffusione del caravaggismo a Napoli, città in cui si era trasferita dal 1630 e che la rese famosa nel mondo conosciuto di allora.

Sposata ad un modesto e opaco pittore, la Gentileschi si trasferì a Firenze, dove ebbe quattro figli, di cui la sola figlia Prudenzia visse sufficientemente a lungo da seguire la madre nel ritorno a Roma poi a Napoli. L'abbandono di Roma fu quasi obbligato: la pittrice aveva ormai perso il favore acquisito e i riconoscimenti ottenuti da altri artisti, messa in ombra dallo scandalo suscitato, che fece fatica a far dimenticare. Difatti anche gli epitaffi alla sua morte furono crudelmente ironici.
Il successo, unito al fascino che emanava dalla sua figura, alimentarono motteggi e illazioni sulla sua vita privata.

Artemisia Gentileschi si stabilì a Roma come donna ormai indipendente, in grado di prender casa e di crescere le figlie. Oltre a Prudenzia, ebbe una figlia naturale, nata probabilmente nel 1627.

Dopo Roma e Napoli, LONDRA. Nel 1638 Artemisia raggiunse il padre a Londra presso la corte di Carlo I, dove era diventato pittore di corte e aveva ricevuto l'incarico della decorazione di un prestigioso soffitto di rappresentanza.
Dopo tanto tempo, padre e figlia si ritrovarono legati da un rapporto di collaborazione artistica, ma dubito che il motivo del viaggio londinese fosse solo quello di venire in soccorso all'anziano genitore. Certo è che Carlo I la reclamava alla sua corte per la notorietà e perizia di Artemisia Gentileschi, ormai rinomate presso le corti europee. Un rifiuto non era possibile.

L'interesse per la figura artistica di Artemisia Gentileschi ebbe un forte impulso per merito di studi in chiave femminista che efficacemente sottolinearono la forza espressiva del suo linguaggio pittorico, specie quando i soggetti rappresentati sono eroine bibliche, che pare vogliano manifestare la ribellione alla condizione in cui le condanna il loro sesso.


In un saggio contenuto nel catalogo della mostra svoltasi a Roma e poi a New York, Judith W. Mann prende le distanze da una lettura in chiave strettamente femminista, mostrandone i limiti:
«[Una lettura di questo tipo] avanza l'ipotesi che la piena potenza creativa di Artemisia si sia manifestata soltanto nel raffigurare donne forti e capaci di farsi valere, al punto che non si riesce a immaginarla impegnata nella realizzazione di immagini religiose convenzionali, come una Madonna con Bambino o una Vergine che accoglie sottomessa l'Annunciazione; e inoltre, si sostiene che l'artista abbia rifiutato di modificare la propria interpretazione personale di tali soggetti per adeguarsi ai gusti di una clientela che si presume maschile. Lo stereotipo ha avuto un doppio effetto restrittivo: inducendo gli studiosi sia a mettere in dubbio l'attribuzione dei dipinti che non corrispondono al modello descritto, sia ad attribuire un valore inferiore a quelli che non rientrano nel cliché.»

La critica più recente, a partire dalla ricostruzione dell'intero catalogo di Artemisia Gentileschi, ha inteso dare una lettura meno riduttiva della carriera di Artemisia Gentileschi, collocandola nel contesto dei diversi ambienti artistici che la pittrice frequentò, restituendo la figura di un'artista che lottò con determinazione, utilizzando le armi della propria personalità e delle proprie qualità artistiche contro i pregiudizi che si esprimevano nei confronti delle donne pittrici; riuscendo a inserirsi produttivamente nella cerchia dei pittori più reputati del suo tempo, affrontando una gamma di generi pittorici che dovette esser assai più ampia e variegata di quanto ci dicano oggi le tele a lei attribuite.

Concludo dicendo che, sebbene eroina del femminismo, o forse proprio per questo, Artemisia Gentileschi meriti anche oggi quei riconoscimenti artistici già vivi ai tempi suoi, attribuiteli persino dai regnanti durante la sua vita.

domenica 27 settembre 2015

UN DRAMMA COME TANTI

Antonella Caprio, autrice

Oggi vorrei scardinare una consuetudine malefica, una usanza inopportuna, un costume distruttivo, un detto popolare assassino: TRA MOGLIE E MARITO NON METTERCI IL DITO.
Anche a costo di andare contro i luoghi comuni, vi imploro: mettetecelo, QUEL dito, perché la vita di una donna potrebbe essere salvata.

Lo dice molto bene la pièce QUESTA STORIA SBAGLIATA di Antonella Caprio, già autrice di testi teatrali e romanzi: NON C'E' CUORE (n. 3 Premi Letterari Internazionali) e IL SEGRETO DEL GELSO BIANCO (n.3 premi letterari nazionali).
Patrizia Pozzi, attrice
Eugenio Gradabosco, attore
Patrizia Pozzi ha realizzato autoscatti con  farfalle sovraimpresse in colori violenti su mani maschili


Durante la visione, pensavo: Questa situazione sembra reale, vera, vissuta. Rabbrividivo e piangevo di compartecipazione. Eppure Antonella non mi ha detto di avere subito violenze...

Nel successivo dibattito, ecco svelato l'arcano. Antonella ammette di avervi assistito indirettamente. Ogni parola del diverbio e il grido disumano della donna ammazzata le rimbombano per tanto tempo nel cervello e nel cuore, a tal punto da indurla a scriverle. Se la scrittura è terapia, allora mi domando se con la pièce non voglia espiare la colpa di non essere intervenuta. Se così mai fosse, la rassicuro affermando che ce l'ha fatta, perché la sua invocazione di salvezza arriva forte e chiara a tutti, uomini e donne comprese. La platea era ammutolita nella gioia del riconoscimento del proprio dramma personale, annichilita nella vergogna di essere umano.

Infatti, solo due specie animali ammettono il genocidio: il bonobo e l'uomo. Il nostro genoma contiene in nuce il germe della violenza.

A fine rappresentazione, il dibattito rende protagonisti la sottoscritta, invitata come ospite d'onore per la mia testimonianza di vita, da cui ho derivato il saggio CORPI RIBELLI – resilienza tra maltrattamenti e stalking, un manualetto in cui si trovano nomi, telefoni ed indirizzi di coloro che aiutano.
Al termine del dibattito, vengo abbracciata da sconosciute che hanno condiviso violenze domestiche. Una di loro piange di compassione, le dico: Capisco che anche tu hai subito! Annuisce, felice di essere riconosciuta. Un'altra, con espressione dura, mi confida nell'abbraccio ferreo in cui mi stringe, di aver assistito da bimba alle violenze domestiche che il padre infliggeva alla madre, mai ribellatasi. Da subito accusò la madre di non averlo fatto.

Il criminologo Antonio De Salvia, illustre dauno, laureato in filosofia presso l’Università di Torino con specializzazione in criminologia clinica presso l’Università di Genova, autore di vari trattati sulla pena ed il volontariato all'interno delle carceri, nonché referente organizzativo di eventi organizzati dalla Associazione NESSUN UOMO E'UN'ISOLA con lo scopo di recuperare il complesso edilizio de le carceri Le Nuove di Torino, per aprire una struttura utilizzata a contenere, separare ed emarginare, a persone libere, desiderose di riflettere e capire.

Eugenio Gradabosco, attore e regista italiano, protagonista maschile de UNA STORIA SBAGLIATA, molto in parte. Nel 2010 è stato il Cuoco Zibibbo nella Melevisione, un programma per bambini di Rai YoYo.


Patrizia Pozzi, valida attrice di prosa, lavora anche come logopedista. Compie studi artistici ed è appassionata di arti figurative, lo si coglie perfettamente nel suo allestimento scenografico

E' la protagonista femminile di QUESTA STORIA SBAGLIATA, ed esordisce così: Quand’ero bambina mi piaceva collezionare farfalle… Mi incantavo a vedere quelle ali, grandi, colorate, infilzate con gli spilli nelle teche… Farfalle catturate nell’attimo del loro viaggio più bello. Immortalate per sempre nella loro sublime bellezza. E messe lì. Sottovetro. Per sempre.

Lei stessa è farfalla, baco brutto sbocciato alla bellezza grazie all'amore dell'uomo che poi arriva a sposare. Ne è innamorata, con quella stessa sublime leggerezza della farfalla nata a nuova vita post-crisalide. Ma si rende conto troppo tardi che suo marito l'ha infilzata di spilli. Quando si ribella, muore ammazzata, perché il marito la vuole amare per sempre, possederla per sempre.
Io l'amavo, ripete il protagonista maschile nel suo mantra stonato.
Ma l'amore rende liberi, non infilzati in una teca di vetro.







giovedì 30 luglio 2015

UN AMORE DENSO, CONSAPEVOLE

Un amico gayo, Lorenzo Masili, attivista politico/sindacale milanese, (qui uno dei tanti esempi di attivismo, questo il suo profilo Facebook), ha pubblicato pochi giorni fa un post su Facebook che si riferisce all'Amore tra uomini, portando l'esempio concreto di una coppia che si aiuta vicendevolmente nel rispetto reciproco delle differenze. Nel suo modo franco e diretto, Masili ci racconta l'esempio di questo amore “denso, consapevole” che espone quadri in un angolo della Francia, con orgoglio italiano, per un paese che non li riconosce. Dice: “La lotta per i diritti civili è per me principalmente un atto d'amore per il loro amore.”
Mi ha fatto riflettere ancora su quanto noi donne, invece, siamo staccate e interrotte tra di noi. Ne ho investigato i motivi anche quando stavo scrivendo CORPI RIBELLI.

Dal canto mio, io amo l'umanità intera, sia essa uomo o donna o bimbo. Amo di più le donne perché ho un afflato paternale e protettivo, perché vorrei incarnare gli ideali del cavalierato a tutela di chi ha pochi diritti o non ne ha affatto. Un esempio su tutti: le donne in Italia sono tutt'ora emarginate, soprattutto nei contesti lavorativi. Pur avendo dimostrato di poter assurgere con competenza agli stessi ruoli dei maschi, le femmine di pari livello non ricevono gli stessi stipendi. C'è ancora tanta strada da fare, non dimentichino le nuove generazioni le lotte delle loro madri.  Ma noto con malcelata amarezza che il nemico cui si riferisce Masili, quello che maggiormente ostacola il raggiungimento, nel mio caso, non degli omosessuali, ma dei diritti delle donne, sono le donne stesse.

Tornando al topic, ricordo come mesi fa un politico della nostra Regione (non voglio farne il nome qui per non dargli spazio che non merita, ma potete leggere il link) fece affermazioni contro il popolo gay tali da suscitare lo sdegno di tutti e da portare in piazza Aulenti a Milano una massa compatta di omosessuali (e eterosessuali) a protestare con efficacia. Le donne invece non si riuniscono più in piazza, quando viene leso loro un diritto. Dal Glass Cieling al feminicidio.

Quando un bimbo dice: “Roba da femmine”, noi madri per prime dovremmo cambiare il nostro atteggiamento sessista e stereotipato.

Quando una donna viene stalkizzata da un partner, dovremmo tutti sparare un faro contro lo stalker.

Quando una donna viene vilipesa, dovremmo far barriera tutti contro il predatore .

Quando una donna viene stuprata, dovremmo tutti ricordarci di prevenire uno stupro.

Quando una donna viene torturata nella psiche, dovremmo tutti attorniarla d'amore.

Quando una donna viene ammazzata, dovremmo tutti scendere in piazza!

Ogni giorno i quotidiani ce ne riportano le notizie. Alcuni di loro giustificano il fatto di cronaca nera con l'espressione omicidio passionale. Ma siamo in un'era troppo progredita per accettare ancora il concetto, perché non ci può essere passione nell'omicidio della propria partner, perché se siamo d'accordo che la parola passione attiene all'amore, allora la parola omicidio attiene all'odio.
Eppure, tra menefreghismo da una parte e scorrettezza di linguaggio giornalistico dall'altra, nessuno si indigna. La constatazione mi fa torcere dal dolore ciò che è più donna nel mio corpo.

Quando fui maltrattata da donne maltrattate, cui avevo offerto il mio sostegno, ho studiato nello specifico questo atteggiamento donna contro donna.

Dice Phyllis Cheslerpsicoterapista, docente al college, attivista femminista newyorchese, in un suo testo ormai fuori catalogo: L'aggressività che si sviluppa tra donne è differente da quella che si instaura fra uomini. Le donne, per esempio, competono solo con le altre donne e non con i maschi; molte di loro sviluppano idee sessiste, nonostante di solito tendano a negarlo anche a se stesse. L'oppressione di cui il genere femminile è vittima nella nostra società si traduce spesso anche nelle opinioni e nei comportamenti delle donne verso altre donne.

Infatti, quotando questo articolo, concordo in pieno quando si scrive: “Spesso le donne si comportano in modo subdolo e manipolatorio, un comportamento che secondo alcuni psicologi ha origine dal rapporto madre/figlia e dalla lotta per contendersi l’amore del marito/padre. Una rivalità che spesso risulta dannosa sia per la vittima che per il carnefice, una spirale di vendette e ‘sgambetti’ che porta a solitudini e amicizie ‘finte’.

A dimostrazione che è un problema sentito e discusso, se ne trovano tracce persino in una fonte tutt'altro che autorevole, se non per la partecipazione larga di persone come noi.

La giornalista Irene Vella, inviata di Cristina Parodi, veneziana di adozione, è riuscita a costruire un testo auto ironico sulle donne che lei chiama bulle da strategia della tensione, quelle cioè che ti abbandonano solo dopo averti vampirizzato i contatti di lavoro. O quelle che ti stanno così vicine da mirare al tuo partner. O che alla notizia della tua gravidanza, si dimostrano premurose ma ti riempiono di paure. «Da adulte le bulle-vipere ti attaccano la autostima, ti feriscono per quello che fai e non tanto per quello che sei.” La giornalista non ha dubbi: «Le donne, alla fine, sono sempre più brave degli uomini. Anche nella cattiveria».

Alcuni sedicenti pensatori traggono spunto da una ricerca delle docenti australiane femministe Carleen M. Thompson, Susan M. Dennison and Anna L. Stewart, 2013
pur di giustificare il proprio becero maschilismo. Non faccio nomi per rispetto della privacy, ma vi riporto il link così che ve ne possiate sincerare personalmente.


Qui invece il .pdf delle tre scienziate, che, pur identificando nell'universo femminile, il principale perpetratore del reato di stalking, non contempla giustificazione alcuna per i vessatori maschi.

"This study investigated risk factors from the integrated theoretical model of stalking violence (ITMSV) with 703 participants classified as relational stalkers from South-East Queensland (Australia). Participants completed a self-report perpetration questionnaire assessing (a) relational stalking, (b) stalking violence (no/moderate/severe), and (c) predisposing (sociocultural, psychological, historical) and contextual (intentions, triggering events, disinhibitors) risk factors. Findings supported key propositions from the ITMSV. Severely violent stalkers were characterized by a greater number, and more severe types, of predisposing factors than moderately violent or nonviolent stalkers. The importance of contextual factors was supported in relation to moderate and severe stalking violence. Combining predisposing and contextual factors resulted in strong predictions of moderate and severe stalking violence. These findings highlight the pertinence of differentiating moderate and severe stalking violence and combining predisposing and contextual factors in assessments of risk". 

Anche l'edizione online de IL GIORNALE strumentalizza lo stesso lavoro, come dimostrazione della necessità di un ritorno al patriarcato, contro le donne.

Allora interrogandomi sulle motivazioni che contrappongono le donne contro le donne, torno alle affermazioni di Phyllis Chesler: “Di frequente alla base di questi atteggiamenti c'è un rapporto conflittuale tra madre e figlia o tra sorella e sorella”. 
Non per fare della psicologia da settimana enigmistica, ma penso che la conoscenza della rivalità Figlia/Madre/Matrigna sia alla portata di tutti, da Cenerentola/Biancaneve in poi.

Un grande pensatore come Nietzsche afferma: “Per troppo tempo nella donna si sono nascosti uno schiavo ed un tiranno. Perciò la donna non è capace di amicizia, ma conosce solo l’amore”.
Sì, la donna fu, ed è tutt'ora, schiava dell'uomo. Nessun accesso possibile alle funzioni clericali. Glass Cieling sul lavoro. La costola di Adamo. L'obbligo di cura dei figli e dei genitori. Dietro ad ogni grande uomo c'è una grande donna. Nessun diritto di voto fino al primo dopoguerra. Casalinga, nessun riconoscimento pensionistico, tanto per citare a caso alcuni luoghi comuni fondanti. In casa, tuttavia, nella conduzione familiare e sessuale, la donna si erge per contrappunto a tiranno e sembra vendicarsi. Sento tanti mariti sconsolati che sono diventati ex a causa di questa duplice tirannia. Quando siffatta donna incontra un nuovo amore, è amore incondizionato, nella speranza di non trovarsi nuovamente schiavizzata. Fino alla prossima delusione. Finché le madri cresceranno figli maschi cristallizzati negli stereotipi, quando incontreranno l'amore, resteranno deluse.

Siamo senza speranza. No. Voglio chiudere in due modi, la speranza che ho derivato da un'intervista al TG e facendo mie le parole di Irene Vella: “ E i discorsi sulle alleanze al femminile? Le donne per le donne? «La sorellanza esiste. Sono legami coltivati a lungo. Sono rari, belli, lenti e forti». Legami che sto cercando di consolidare con le mie amiche, di qualsiasi orientamento siano.

Dicevo di voler anche chiudere con una nota di maggior speranza di quella con cui ho iniziato questo post: ieri sera (28 luglio 2015) le donne (e gli uomini) sono scesi in piazza per protestare contro la sentenza di assoluzione al processo di secondo grado, che vedeva imputati alcuni ragazzi stupratori di una giovane 7 anni fa. Scelgo di riportare, tra i tanti articoli, quello de IL MESSAGGERO che pubblica lo sfogo della protagonista, perché mi ha mosso fino alle lacrime. Della sua vita, dice che è stata: “distrutta, maciullata dalla violenza. La violenza che mi è stata arrecata quella notte, la violenza dei mille interrogatori della polizia, la violenza di 19 ore di processo in cui è stata dissezionata la mia vita dal tipo di mutande che porto al perché mi ritengo bisessuale”. E ancora: “Essere vittima di violenza e denunciarla è un’arma a doppio taglio: verrai creduta solo e fin tanto che ti mostrerai distrutta, senza speranza”.

Leggetelo, capire meglio la speranza con cui voglio chiudere. La speranza, anzi, la certezza di un futuro migliore, che mi è derivata dalle parole di un padre intervistato al TG: “Ho un figlio maschio e una femmina. Voglio educare il maschio affinché porti rispetto al mondo femminile”.
Perché la violenza sulle donne è un problema degli uomini.



lunedì 16 febbraio 2015

FEMMINISMO NEL II VENTENNIO

L'era berlusconiana passa alla storia come IL II VENTENNIO, essendo il I quello dell'altro DUCE. Questo II tristo duce ha svilito e avvilito in tutti i modi politicamente possibili la figura della Donna, intendendola come merce di scambio.

L'italiano medio ha assistito (succube) al balletto delle poltrone del potere, assegnate a vallette, attricette, donnette senza altra arte che quella dell'attrazione sessuale. Bei corpi ben vestiti in eleganti e castigati tailleur, traballanti su tacchi a stiletto, come i dettami del ii ventennio prescriveva. Troppa importanza fu conferita al costume da Bunga Bunga, nessuna importanza fu data ai loro cervelli. Forti del potere conferito loro da anni di lotte femministe, quelle donne ritenevano che l'emancipazione fosse arrampicarsi su uno sgabello televisivo a mettere in mostra le gambe.

In Tv fu un rincorrersi di giornaliste scollacciate, botulinate, plasticate, protesizzate, a tal punto da indurre certa Lorella Zanardo a realizzarne un documentario che fece scalpore, IL CORPO DELLE DONNE.

Le ragazzine di quegli anni impararono ad odiare le femministe. Ne diedero per scontate le vittorie raggiunte con anni di lotta per strada, dalle prime suffragette che ottennero il diritto di voto femminile alle ultime che si batterono per il diritto di autodeterminazione. Da italiana media mi ribellai. Ricominciai ad interrogarmi su cosa significasse essere femminista e perché se ne fossero perse le preziose linee guida. Individuai il decadimento dei principi femministi negli atteggiamenti licenziosi del Premier che avrebbe dovuto invece dare un esempio specchiato.

Ma per recuperare il senso del femminismo, dovetti frequentare all'Ateneo Bicocca il corso DONNE, POLITICA, ISTITUZIONI creato e gestito dal Gotha del femminismo milanese, finanziato con Fondi Europei. Ne uscì una tesina che si trasformò in CORPI RIBELLI.


Femminismo oggi è UGUAGLIANZA NELLA DIFFERENZA, non solo parità dei diritti (e dei doveri). E' saper riconoscere le differenza tra generi, non solo sessualmente, ma anche di ruolo nella Società. Se l'Uomo è animato dal principio della Rottamazione, la Donna invece è guidata da quello della Cura. Essere femminista non significa essere frigida, lesbica o camionista, ma essere Donna DD, (come ha inventato un caro amico) ovvero Donna Doppia, con tutto il suo carico di Gioia, Femminilità, Intelligenza, Erotismo, Dedizione. Recuperare presso le ragazzine di oggi la Bellezza del Ruolo di DD deve diventare uno degli scopi primari nell'Educazione fin dalla scuola dell'Infanzia.

mercoledì 11 febbraio 2015

UOMINI RESILIENTI

Ci sono storie di vite resilienti che meritano di essere riportate per incoraggiare, con il loro esempio, chi rimane incastrato nei maltrattamenti intra-familiari, perché ne possa trarre la forza e l'incoraggiamento necessari a liberarsi.

Più spesso di quanto si creda, ne ho conosciute tante tramite Facebook, specie quando le persone, siano esse uomini o donne, vengono a sapere chi sono e cosa faccio.
Premessa necessaria è sapere che ho impostato una privacy ristrettissima. Condivido i post solo con i miei amici, perché voglio selezionare gli “amici virtuali”, tenendo esclusivamente le persone che hanno contenuti interessanti o “amici che conosco dal vivo” con cui ho vissuto momenti FORTI delle nostre vite.

Da pochi giorni, ho ricevuto la richiesta di amicizia da parte di uno sconosciuto, un bel bruno stiloso sulla trentina, amico di altro amico virtuale, Marco Marras Casu, in art gender Penelope Pleaseche conservo perché Drag Queen dai post dissacranti e sempre autoironici, e che ovviamente mi ha autorizzato a fare il suo nome. Già da come si definisce sulla sua FanPage ("drag queen storica della Liguria, giovane fossile fra le drag queen già esistenti") si intuisce subito di che pasta è fatta! Basti dire che di sé scrive: Insegnante di SEDUZIONE (corso per sole donne!). Credo abbia anche Marco una storia orribile, ormai gettata alle spalle. Sono certa di rispettare il suo sentire se non ne faccio cenno. Tutta la sua vita, professionale e non, è RESILIENZA.

Sulle prime, a questo bel bruno stiloso amico della Drag Queen, non volevo concederla per i motivi succitati. Tuttavia cerco sempre almeno un primo contatto chattando, perché sono gentile ed educata, ma anche perché talvolta capita di avere a che fare con persone interessanti. Di norma spiego loro i motivi cui mi ispiro per non accettarlo e, se davvero mi vogliono seguire, li invito a piaciare la pagina di CORPI RIBELLI o a comprarlo direttamente online dal sito della Casa Editrice Kimerik.


Mi dice di fare scambio di like con sue pagine, in cui promuove alcune attività in cui è impegnato, che vanno dall'artigianale al musicale, così avvincenti. che mi incuriosiscono. Noto con piacere che legge la mia pagina perché ritorna in chat scrivendomi che dovrà acquistare CORPI RIBELLI per sua madre. Gli chiedo se posso sapere perché! Mi risponde: Quanto tempo hai? Ero pronta ad ascoltare l'ennesima lacrimevole storia di una donna maltrattata (lo dico senza sarcasmo). Invece, questo nobile signore (eh sì! Perché nel frattempo mi rivela alcuni dettagli di sé, come quello di essere frutto dell'amore tra papà cinese e mamma italiana, di vivere sulla riviera romagnola, di avere origini nobiliari, ...) mi racconta la SUA di storia, che riporto qui fedelmente con le sue stesse parole.

Nato e subito abbandonato dai 0 anni presso nonna e zia, che considero la mia vera famiglia, ai 5 vengo ripreso dalla mamma, quindi sradicato dalle mie radici, portato a Riccione dove ho conosciuto mio padre adottivo, che ritengo persona fantastica. Dai 5 anni ai 10 gli sono stato estremamente vicino a causa delle sue due depressioni e scleri di violenza inaudita nei confronti della famiglia (io, Stefi, ascolto sempre senza giudicare, ma prendo nota, meditando sulla definizione persona fantastica: Come può una persona essere fantastica e nel contempo sclerare con violenza inaudita contro la famiglia? Forse indicativo di una sorta di Sindrome di Stoccolma, quella che ti fa ammirare se non addirittura innamorare del tuo carnefice?)

Ho stirato cucinato e lavato per anni (medito anche qui: Forse da ragazzo ha voluto farsi ben volere, come spesso capita ai bimbi oggetto di violenze assistite?). Mio padre navigava e stava in mare per mesi. Poi appena compio i 13 o 14 anni e il rapporto madre e figlio stava per prendere una buona piega, lei pensa bene di scappare di casa, realizzando il secondo abbandono. A 16 anni sono tornato dalla mia vera famiglia (zia e nonna). Dopo anni chiamo mia madre e ci vediamo. Me ne combina un'altra. L'ho presa due volte mentre si stava per buttare giù dal poggiolo di casa a Riccione dal 3° piano ...

Ma tutto sommato, io la ringrazio perché mi ha dato modo di conoscere bene la mia vera famiglia. Ho una nonna di 90 anni che è una ragazzina, la zia è un amore di donna e lo zio è un grande e devoto al lavoro. Persone semplici, umili e con dei valori, direi persone rare. Quindi ringrazio mia madre per avermi regalato questa opportunità! (medito ancora: Se un individuo ringrazia chi gliene ha fatte patire di ogni, è RESILIENTE!) Per il resto meglio stendere un velo e pregare hahahaha (ultima mia considerazione: E' una risata amara, ma almeno consapevole).

Dal canto mio, intanto visito le sue pagine: una che riporta la sua attività musicale (compositore ed esecutore di musica elettro-dance), l'altra le attività artistico/artigianali di complementi d'arredo. Noto che entrambe sono ricche di fantasia e gli faccio i complimenti. Sono stata per anni creativa in svariate Agenzie Pubblicitarie, mi sono sempre interessata d'arte in ogni sua forma, penso senza falsa modestia di sapere riconoscerla quando mi ci imbatto. Direi che questo nobile signore è un artista.

Alla mia domanda se sia etero o omo, risponde etero con una naturale propensione al sesso e alle esagerazioni, infatti prosegue cosi: Qualche anno fa, c'è stato un periodo dove convivevo. Alla mattina mi vedevo con una donna sposata di 47 anni, una figa mostruosa, la sera con svariate ragazzine a giro, la notte con la mia compagna. E giuro che l'ho fatto per due anni. Poi ho esagerato con tutto. Nel sesso, nel bere, nella droga. Ora sembro Padre Pio perché ho incontrato l'amore, sono Master, ma talvolta, proprio per amore, mi è capitato di switchare come schiavo, tuttavia non mi è piaciuto. Se mai la mia compagna ed io dovessimo avere interesse verso altre persone, interesse di tipo sessuale, vorremmo coinvolgerle nel rapporto di coppia.

Mi viene spontanea una considerazione. Nella mia modesta casistica di donne/uomini maltrattati, circa un centinaio, ho notato che almeno il sessanta per cento si è buttato nel sesso a capofitto, senza complicazioni amorose. 
Il sesso come terapia?






martedì 3 febbraio 2015

PADRI&FIGLI

Abbiate la compiacenza di notare che scrivo i nomi dei ruoli parentali con l'iniziale Maiuscola, perché entrambi coinvolti in modo collaborativo nel processo di formazione dei Figli.

Sì, Padri&Figli, non Madri &Figli. Perché sostengo che il rapporto tra il primo binomio è riflesso di come si pongono (o impongono) le Madri. Fino all'arrivo del cosiddetto affido congiunto o condiviso (se la differenza non è chiara, questa è sede inadatta per discuterne le sottigliezze legali, oltre che linguistiche; tuttavia gli interessati potranno approfondire acquistando il saggio CORPI RIBELLI che ne sviscera i contenuti sotto diversi profili), in un processo di separazione, chiamati a regolare il rapporto tra Genitori&Figli, per ciò che concerne l'educazione e l'accudimento ordinario dei figli, i Giudici hanno dato sempre priorità alla Madre. I Figli erano collocati per default presso l'abitazione della Madre, in quanto bisognosi di ciò che una Mamma ritenessero desse in più rispetto al Papà.

A questa giurisprudenza, ne seguì e si radicò col passare degli anni la convinzione tra le Mamme separate di avere ragione a prescindere. Però l'atteggiamento dei Giudici sta cambiando, per fortuna. E di conseguenza anche quello dei Padri, rassicurati, che vogliono la riscossa nel riconoscimento del loro ruolo.

Nonostante fossi stata pestata a sangue dal mio ex marito, ormai 8 anni fa, nei confronti di mia Figlia ho subito sostenuto il doveroso ruolo di Padre da parte di suo Papà, supportata dall'equipe di medici che si occupava del suo benessere psico-fisico. Ritenevo, e ritengo tutt'ora, completante e profondo il beneficio che la Minore ne avrebbe derivato. E che ora ne deriva, perché vive da poco più di un anno con lui.

Se richiesta la sua presenza, il Padre è sempre intervenuto alle riunioni di aggiornamento con l'equipe medica, mai negando l'opportunità di visite e vacanze con la Piccola, eppure per 5 anni ha mancato proprio nello svolgimento della sua funzione genitoriale. Così, per evitare che si attivasse tra me e la bimba un rapporto di attaccamento morboso, ho tentato (e ottenuto) di coinvolgere più terapisti possibili UOMINI e più figure maschili che frequentassero la nostra casa in amicizia. Vedeva spesso il Nonno, avviai l'attività di un asilo nido in famiglia, perché mia Figlia mettesse a profitto la presenza di altri Papà.

Pur avendone avute tutte le buone ragioni, mai ho messo in cattiva luce suo Padre, come sento fare da tante Mamme separate. E' un atteggiamento che lede gravemente i Piccoli.Lo dimostra la recente giurisprudenza, che è finalmente giunta a condannare la violenza assistita sui Minori, facendo ricorso al reato della violenza privata (articolo 610)che, in alcuni casi accertati, arriva a giudicare le donne maltrattate come conniventi se non denunciano quanto prima il marito violento. Se non addirittura come complici, quando i Figli subiscono abusi da parte del Padre e non fanno nulla per impedirlo. Ben conoscono queste dinamiche intrafamiliari i BA.C.A.

Ricordo di essere stata sconvolta anni fa dal caso di una Mamma, stimata Medico della provincia milanese, che era addirittura assurta ai fasti della Stampa e dei Media TV non tanto perché avesse querelato l'ex marito come maltrattante e picchiatore, ma in quanto denunciava che le fosse stato “sottratto” il figlio dai Servizi Sociali, per “rinchiuderlo” in una casa famiglia, con possibilità di visita di un'ora sola la settimana. Nota bene: in Italia, per essere ascoltata, una donna non può giocare la carta del maltrattamento. Chissà perché? Nel suo caso, lo capii in breve.

In confidenza, mi raccontò della pedofilia dell'ex marito, altro medico eminente, che viaggiava persino all'estero pur di accontentare le sue perversioni. Quest'uomo, da cui nel frattempo si era separata, ne era già stato condannato. Chiesi di vedere le carte processuali relative all'affidamento del figlio in casa - famiglia, che contenevano perizie e vari provvedimenti.

Capii che c'era qualcosa che mi sfuggiva, perché il Giudice aveva depennato l'accusa di maltrattamenti. Le feci esaminare dall'Avv. Andrea Falcetta, esperto di Diritto di Famiglia e Abusi su Minori, e dal Commissario Capo della Polizia Locale di Milano, dr. Ruggero Cagninelli, creatore del Nucleo Tutela Donne e Minori. Entrambi dissero che la Signora era sospettata di connivenza se non addirittura di complicità col marito, perché non denunciò gli atti di pedofilia contro il figlio SUBITO. Quindi, per il bene del bambino, il Giudice ne decretò l'immediato allontanamento.

Molto carina e gentile, la signora con la S minuscola aveva tentato di convincere anche me. Ma non ci riuscì. La mia convinzione della necessità di collaborazione di ENTRAMBE le figure a concorrere nell'educazione dei Figli mi aveva tutelata dalla trappola.

Oggi conosco sempre più Padri alla riscossa. Papà che amano i propri Figli, ma non possono vederli né frequentarli perché le Madri vi si oppongono anche con mezzucci come certificati medici di presunte patologie dell'infante (fasulli?) o con accuse di maltrattamenti (che poi si rivelano false!).


Queste mediocrità, purtroppo, non vanno solo a detrimento dei Figli, ma anche dei Padri, e soprattutto delle donne stesse, quelle cui da piccole non venne raccontata abbastanza la favoletta del “AL LUPO AL LUPO”! I Giudici stanno smettendo di conferire loro in esclusiva i Figli. Finalmente agli uomini viene riconosciuta la loro dignità di PADRI.

giovedì 22 gennaio 2015

POSITIVITA' SEMPRE

Recentemente sono stata contattata via Facebook (Santo Facebook! Invece che essere demonizzati, quando sono utilizzati in modo arguto, i Social sono efficacissimi! Questo blog addirittura pare sia seguito da Renzi e Boldrini, grazie a Twitter), dicevo che via Facebook sono stata contattata da una madre colta ed intelligente, italiana, per tanti anni sposata con un nordafricano. Mi ha raccontato una storia che mi lacera il cuore tuttora. Il caso è quello del figlio, di nemmeno 10 anni, ammazzato dal padre presso un ambiente protetto. Il padre si è poi suicidato. Alla madre avevo promesso diffusione, ma dopo aver fatto chiarezza ai tanti dubbi, per una serie di motivi sotto elencati, le concedo lo spazio al link della InfoPage. Con la speranza che le Autorità preposte (meglio se quelle succitate) diano seguito alle necessarie azioni.

Su questo tristo caso, attorno al quale si sono mossi tutti i Media e personalità in vista, addirittura Premi Nobel, ho condotto le dovute ricerche come di norma, chiedendo anche a noto penalista, assurto a fama nazionale grazie allo smascheramento di speculazioni economiche in campo di case famiglia, cui feci riferimento per precedenti ricerche in casi di sottrazioni di minori. Fu durante la scrittura di CORPI RIBELLI – resilienzatra maltrattamenti e stalking che conobbi queste realtà distorte e manipolatorie.

Nella ricerca attorno al caso del piccolo, ho visto che sarei stata implicata in annose polemiche contro associazioni garantiste di modelli retrivi, contro fantomatiche sindromi, inesistenti secondo la Bibbia di psicologi e psichiatri. So esserci persone più capaci di me che già conducono queste lotte.

So anche che avrei rischiato di essere tacciata di nazifemminismo, termine di gran voga tra i detrattori delle peculiarità femminili. Avrei perciò perso tempo prezioso a controbatterne le accuse, invece che scrivere positivamente di resilienza; ho capito che questo blog avrebbe subito hackeraggi pur di farmi tacere, come è già accaduto a tanti altri.

Allora ho preso la decisione di non farne un post, non perché voglia nascondere la testa come una struzza, ma perché:
  1. non ho la competenza per ingaggiare lotte già condotte da personalità più formate e informate di me, quindi maggiormente efficaci
  2. perché sia utile, questo blog deve sopravvivere
  3. non voglio fare vittimismo né pietismo, ma voglio solo parlare di cose positive che diano speranza!
  4. perché non voglio lasciare spazio al male, rendendomi sua complice.
Voglio propagare valori come pace, amore, fratellanza universale, sono convinta infatti che il bene torni sempre indietro. Preferisco positività, sempre.

Perciò, dato che il gruppo de Le Gloss ha messo in correlazione diretta disabilità e maltrattamenti domestici, desidero presentare una iniziativa lodevolissima a favore dei disabili, PEGASO Onlus, di cui sono venuta a conoscenza proprio nel corso del tour pugliese di CORPI RIBELLI – resilienza tra maltrattamenti e stalking.

La promotrice cultural-libresca, Isabella Di Liddo detta UraganoIsabella, dal 10 al 14 gennaio 2015, non solo mi ha consentito la visita culturale delle città di Bisceglie e Trani, ma mi ha pure procurato due interviste radiofoniche (tra cui la diretta su RadioBisceglieCentro), una diretta televisiva (a VideoItaliaPuglia), un paio di interviste redazionali (tra cui BisceglieInDiretta dal Dr. Pinuccio Rana), ma soprattutto un evento serale presso la chiesa cristiana condotta dalla Pastora Laura Pezzoli durato quasi quattro ore per la grande partecipazione del pubblico, che ha indirizzato ai relatori Nicky Persico, avvocato Anti-Stalking nonché uno dei due prefatori del saggio, Maria Giulia Dall'Olio, poetessa ma soprattutto avvocata in Diritto di Famiglia, Isabella Battista, giornalista pubblicista, e la sottoscritta, tante domande di chiarimento su questi odiosi crimini.


In una parola, UraganoIsabella mi ha TRAMORTITA.

L'intervista redazionale è stata condotta dal giornalista  Pinuccio Rana, già corrispondente per varie realtà nazionali, ora fondatore di alcune testate locali via web e cofondatore di PEGASO Onlus, che ha voluto visitassi di persona.

PEGASO Onlus  si è dotata di una struttura, interamente finanziata con capitali privati, dedita all'accoglienza di soggetti con disabilità di vario genere, una volta venuti  a mancarne i genitori. Oltre a spazi culturali multifunzionali, aperti anche al pubblico eventualmente dati in locazione ad altri Enti e Associazioni, offre piccoli alloggi con accessi indipendenti, attrezzati al fabbisogno dell'espletamento della quotidianità, affinché i disabili, dopo la morte dei loro cari, abbiano la possibilità di vivere in modo indipendente la loro vita, in una collettività protetta.



Pinuccio ha sottolineato più volte la natura privata della provenienza dei fondi! Con orgoglio, assieme agli altri genitori, ha rifiutato le offerte di finanziamenti da parte di un paio di realtà politiche, in quanto i parenti necessitano sapere che i figli non si ritrovino rinchiusi in una qualche forma di istituto con addetti magari aguzzini, come è capitato a Enti finanziati dai partiti. Dice anche che ora suo compito è di coinvolgere personalità del mondo dello spettacolo per sensibilizzare al problema del DOPO DI NOI.

A titolo di esempio, ma non esaustivo, ecco l'esperta di discipline orientali Dottoressa Letizia Espanoli, ideatrice e promotrice dello Yoga della Risata, formatrice di fama internazionale nonché autrice di diverse pubblicazioni con Maggioli Editore. Il workshop si è tenuto a Bisceglie nello scorso ottobre
Letizia ha coinvolto in uno speciale corso di formazione per operatori socio-sanitari, educatori genitori e visitatori in un divertente workshop di sensibilizzazione collettiva. L'incasso dell'evento formativo è stato interamente devoluto alla PEGASO Onlus.

Michele Placido e Ambra Angiolini sono solo due delle personalità che hanno visitato e sostengono PEGASO Onlus (click QUI per vedere il servizio e le foto). 

Pinuccio racconta anche di come si stiano impegnando ad esportare il progetto in altre provincie: a Milano hanno già stabilito alcuni contatti in via di sviluppo. In quanto madre di una piccola disabile che vive in provincia di Torino, auspico che medesime trattative si avviino anche ai piedi delle Alpi Piemontesi. Forse potrò adoperarmi anch'io. Comincio subito proprio da questo post.

E tu?

martedì 30 dicembre 2014

IL TEMPO CURA? NO

Dal 2007 mi occupo di studiare il fenomeno delle violenze di genere. Sono quasi 8 anni. In questi 8 anni mi sono accorta che esiste un prototipo di donna maltrattata, triste, abbattuta, incarognita, spaventata dai rapporti con gli uomini, quasi mai sorridente, sciatta, brutta dentro e fuori. Non è uno stereotipo. In quelle che ho conosciute, sono presenti almeno un paio di queste caratteristiche. Mi sono chiesta perché, invece, da ex maltrattata, sia invece sempre sorridente e serena nei rapporti interpersonali, compresi quelli con gli uomini. I miei amici (che sono pochi, almeno coloro che intendo come amici VERI), le mie conoscenze sanno che ho subito e, nonostante ciò, sorrido sempre e mi vedono libera: mi chiedono se il tempo guarisca le ferite. 

Cari amici, non è il tempo a guarire le ferite! E' il lavoro che si fa sul sé. 

A partire dal supporto psicologico di specialiste (fui seguita dalla psicologa del centro anti-violenza in modo personale per sei mesi, prima, poi fui inserita in un gruppo di auto-mutuo-aiuto di donne maltrattate moderato da due psicologhe dello stesso centro), passando attraverso la presa di coscienza indotta a forza della visione di ore ed ore di materiale televisivo, alla scrittura come terapia, al confronto costruttivo con altre GLOSS, allo studio di saggi sul femminismo, al corso Donne, Politica, Istituzioni seguito per 8 mesi presso l'Ateneo Bicocca di Milano, ai 3 mesi di terapia personale in un centro specializzato in recupero post trauma, alle interviste realizzate con Criminologi, Medici Legali, Procuratori della Repubblica, Avvocate di Genere, Psicologhe di Centri Anti-Violenza... 

Tutt'oggi, a distanza di tanti anni dall'evento traumatico, sento di essere ancora in cammino. E non è solo una metafora: la casa editrice Kimerik del mio CORPI RIBELLI – resilienza tra maltrattamenti e stalking, e i contatti che riesco a sviluppare coi Social, mi mandano in giro per l'Italia a fare testimonianza. Il 2014 è stato l'anno in cui è esplosa la mia attività pellegrina di testimonianza. Iniziata a maggio con un public speeching al Salone del Libro di Torino di fronte allo stand Kimerik, dove man mano che parlavo, si radunava un centinaio di persone, è proseguita a fine settembre in quel di Catania, al BUK, dove è giunta persino una coppia che aveva attraversato la Sicilia. Chi conosce i mezzi di trasporto pubblici e le strade di collegamento tra Agrigento e Catania, capisce che razza d viaggio hanno intrapreso pur di ascoltarmi. Il 25 ottobre presso la Cattedrale di Susa, durante la Veglia Missionaria, la mia prefatrice suor Margherita De Blasio ha voluto che portassi sul pulpito la mia testimonianza di riuscita di fronte ai credenti. Il Parroco della Cattedrale, Don Ettore De Faveri è direttore del periodico locale: ha desiderato entrare in contatto con me perché gli fornissi materiale da pubblicare. Ne è uscito un buon pezzo redatto dal giornalista Giorgio Brezzo su LA VALSUSA, di cui vedete la foto,
che ha creato curiosità e ha permesso di radunare parecchie persone interessate al tema durate la presentazione nella Libreria Panassi di Susa l'8 di novembre, di cui vedete il reportage. 

  

Sono da poche settimane tornata dall'ExpòLibri di Padova, dove mi è stato dedicato uno spazio apposito per il mio discorso. Qualche domenica fa sono stata intervistata al telefono da una criminologa, dottoressa Filomena Latronico, collaboratrice di una RadioWeb della Basilicata, RadioSenise Centrale. 
Filomena e il suo capo redattore, dottor Nicola Melfi, avevano creato un evento pubblico in occasione del 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne e l'hanno trasmesso con la mia intervista in diretta. Ho sentito attraverso il telefono l'entusiasmo a suon di applausi da parte degli astanti. 

Sto per scendere a Bisceglie (BT), in Puglia, dove sarò ospitata da una comunità evangelica che mi sponsorizza pernottamento e viaggio: qui il 14 gennaio parlerò di fronte alla comunità e chiunque abbia voglia di partecipare! A marzo mi vuole in Lucania la stessa Radio Senise Centrale, che si occuperà di sponsorizzare la mia discesa. In primavera pare che tornerò a Catania, per altro discorso pubblico, questa volta organizzato da mecenati della città. Devo dire grazie a Facebook e all'incontro con la promotrice culturale dr.ssa IsabellaDi Liddo, se tutte queste opportunità sono state create affinché il messaggio di speranza raggiunga le donne ancora sotto maltrattamenti tra mura domestiche!