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venerdì 23 ottobre 2015

ARTEMISIA GENTILESCHI

Il mio nome è Pastori, Stefi PASTORI, come quelli delle pecore. Voglio sottolineare l'importanza del cognome. Il cognome è la nostra missione, come dice un antico adagio Nomen Omen. Conduco verso la salvezza le pecorelle smarrite nelle violenze in casa. Perché il mio motto per loro è: VIA DALLE VIOLENZE DOMESTICHE PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI. Ho scritto un saggio contro i maltrattamenti in famiglia. Titolo: CORPI RIBELLI– resilienza tra maltrattamenti e stalking. E' una vera e propria guida per uscirne perché contiene nomi e recapiti di coloro che salvano le donne maltrattate. Ma non sono qui per parlarvi di questo.

Sono qui per parlarvi di Artemisia Lomi, detta Gentileschi, antesignana del femminismo. Premettendo che essere femminista non significa necessariamente essere lesbica, frigida o camionista, affermo con forza e determinazione di essere femminista. Nonostante certe illazioni strumentali reperite sul web nei circoli lesbici, forse legati ad un episodio della sua vita, quello che la vede coinquilina nonché amica di una ex vicina di casa, che poi ha dipinto nei suoi quadri, la Gentileschi non fu dedita all'amore lesbico. Anzi, i suoi liberi costumi sessuali sono noti a tutti fin dagli anni della sua gioventù.
Giuditta che decapita Oloferne. Ora, vi chiedo di osservare questo quadro, conservato al Museo Nazionale di Capodimonte. De la Giuditta che decapita Oloferne, un noto critico d'arte, certo Longhi scrive:
La lettura del dipinto sottolinea cosa significhi saperne di pittura, e di colore e di impasto: sono evocati i colori squillanti della tavolozza di Artemisia, le luminescenze seriche delle vesti (con quel suo giallo inconfondibile), l'attenzione perfezionistica per la realtà dei gioielli e delle armi.

Io, che fui Art Director nelle più importanti Agenzie Pubblicitarie di Milano, ho qualche strumento atto a definirlo, pur nella sua crudezza, opulento nelle persone, nelle vesti e nei gesti rappresentati. Opulento.

Spegniamo l'opera, perché ora vi leggerò parole di Artemisia Gentileschi, poi vi mostrerò di nuovo questo quadro e so che lo vedrete con occhi diversi.

« Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch'io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l'altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne »

Questa la testimonianza diretta di Artemisia Gentileschi al processo di stupro, secondo le cronache dell'epoca, conclusosi nel 1611. Tenete a mente l'anno, vi verrà utile tra poco: 1611. Per inciso, vi confesso che la prima volta in cui lessi le sue parole, piansi.

Ora so che riguardando la tela, Giuditta che decapita Oloferne (1612-13), avrete un diverso moto dell'anima. Vi prego di rilevare quanto sia impressionante la violenza della scena. Specialmente dopo aver ascoltato la testimonianza dello stupro!
La data del processo: 1611. La tela: tra il 1612 e il 13. Ora, se sapete che la Gentileschi fu stuprata PRIMA DELLA TELA, sapete anche che l'opera è stata interpretata in chiave psicologica e psicoanalitica, come desiderio di rivalsa rispetto alla violenza subita. Più che rivalsa, la chiamerei RESILIENZA.
RESILIENZA, ovvero quella capacità intrinseca all'animo umano di trasformare il dolore e la sofferenza, anche la più atroce, in ricchezza interiore. Perché tutta la storia della Gentileschi parla di RESILIENZA.

In una società come quella del XVII secolo in cui alle donne era fatto divieto di accedere alle scuole di bottega per diventare pittrici, immaginate quanta sofferenza debba aver assorbito la Gentileschi nel sapere che, durante il processo di stupro, gli accoliti dello stupratore insinuarono nella mente dei giudici e nell'opinione pubblica tanti dubbi circa la sua virtuosità. Con false testimonianze, l'accusarono di essere una donna dai facili costumi e dedita alla promiscuità sessuale. Che se la intendeva persino col padre.

Considerate che quella fu un’epoca in cui una donna già deflorata non poteva essere considerata vittima di stupro! Infatti, studi recenti hanno rilevato che nel Seicento il processo era basato sul concetto di stuprum, inteso come deflorazione di donna vergine o come rapporto sessuale dietro promessa di matrimonio non mantenuta. Il padre di Artemisia denunciò un suo collega (un certo Tassi, non lasciamo all'oblio i nomi dei sex offenders, vi prego!) che dopo la violenza non aveva potuto rimediare con un matrimonio riparatore. Quel Tassi difatti era già sposato (e nel frattempo manteneva anche una relazione incestuosa con la sorella della moglie). Del processo che ne seguì è rimasta esauriente testimonianza documentale, che colpisce per la crudezza del resoconto di Artemisia e per i disumani metodi inquisitori del tribunale.

La Gentileschi ha avuto non solo il coraggio di testimoniare, ma persino di sottoporsi allo schiacciamento dei pollici per confermare l'attendibilità delle sue accuse, cosa che per lei, pittrice, non dovette essere solamente umiliazione e dolore fisico.

Se pensiamo che ancora oggi le donne stuprate o vittime di violenza non hanno il coraggio di denunciare, possiamo davvero far assurgere la figura della Gentileschi all'empireo delle eroine (qui mi venne da scrivere EROI, pensate come il linguaggio stesso sia imbevuto di misoginia! Ad esempio, avvocato per definire una donna avvocata, consigliere per una donna consigliera, assessore per una donna assessora, presidentessa per una presidenta – lo so, quest'ultima è mera una provocazione - Questo argomento meriterebbe una serie di considerazioni a parte!)

Un paio di fugaci considerazioni in merito: tutt'oggi, le donne che denunciano stupratori, spesso NON SON CREDUTE. Più spesso di quanto sia lecito credere, sono sottoposte alla gogna mediatica (un esempio su tutti: giornalisti che le accusano di vestire discinte) e persino a quella di coloro che invece dovrebbero essere preposti alla loro tutela (carabinieri che nel raccogliere la querela, la sottopongono ad interrogatori lunghi e stressanti), o peggio davanti al Giudice (avvocati in difesa dello stupratore che, alludendo a presunti comportamenti libertini, le criticano). In definitiva subiscono una seconda vittimizzazione. Esattamente come accadde ad Artemisia Gentileschi 4, sottolineo QUATTRO secoli fa.

Gli atti del processo (conclusosi con una lieve condanna del Tassi) hanno avuto grande influenza sulla lettura in chiave femminista della figura di Artemisia Gentileschi.
Infatti, negli anni settanta del novecento, la Gentileschi diventò un simbolo del femminismo internazionale e del desiderio di ribellarsi al potere maschile. Contribuirono all'affermazione di tale immagine la sua figura di donna impegnata a perseguire la propria indipendenza e la propria affermazione artistica contro le molteplici difficoltà e pregiudizi incontrati nella sua vita travagliata.
Quindi, non solo lo stupro, ma anche il coraggio di scelte libertarie pre e post violenza ci consentono di guardare alla Gentileschi come modello di resilienza.

Pensate che per una donna all'inizio del XVII secolo dedicarsi alla pittura, come fece Artemisia Gentileschi, rappresentava una scelta non comune e difficile, anche se non eccezionale. Se ne possono ricordare una decina, sue contemporanee. Ma sempre troppo poche rispetto ai numerosi colleghi maschi. L'apprendistato presso papà Orazio rappresentò per Artemisia Gentileschi l'unico modo per esercitare l'arte, essendole precluse le scuole di formazione: alle donne veniva negato l'accesso alla sfera del lavoro e la possibilità di crearsi un proprio ruolo sociale. Una donna non poteva realizzarsi puramente come lavoratrice, ma doveva perlomeno sostenersi col proprio status familiare; il lavoro femminile non era riconosciuto alla luce del sole, ma si realizzava perlopiù clandestinamente, come dimostrano i registri delle tasse e i censimenti.

La Gentileschi riprese dal padre Orazio il limpido rigore disegnativo, innestandovi una forte accentuazione drammatica tratta dalle opere del Caravaggio, caricata di effetti teatrali; stilema che contribuì alla diffusione del caravaggismo a Napoli, città in cui si era trasferita dal 1630 e che la rese famosa nel mondo conosciuto di allora.

Sposata ad un modesto e opaco pittore, la Gentileschi si trasferì a Firenze, dove ebbe quattro figli, di cui la sola figlia Prudenzia visse sufficientemente a lungo da seguire la madre nel ritorno a Roma poi a Napoli. L'abbandono di Roma fu quasi obbligato: la pittrice aveva ormai perso il favore acquisito e i riconoscimenti ottenuti da altri artisti, messa in ombra dallo scandalo suscitato, che fece fatica a far dimenticare. Difatti anche gli epitaffi alla sua morte furono crudelmente ironici.
Il successo, unito al fascino che emanava dalla sua figura, alimentarono motteggi e illazioni sulla sua vita privata.

Artemisia Gentileschi si stabilì a Roma come donna ormai indipendente, in grado di prender casa e di crescere le figlie. Oltre a Prudenzia, ebbe una figlia naturale, nata probabilmente nel 1627.

Dopo Roma e Napoli, LONDRA. Nel 1638 Artemisia raggiunse il padre a Londra presso la corte di Carlo I, dove era diventato pittore di corte e aveva ricevuto l'incarico della decorazione di un prestigioso soffitto di rappresentanza.
Dopo tanto tempo, padre e figlia si ritrovarono legati da un rapporto di collaborazione artistica, ma dubito che il motivo del viaggio londinese fosse solo quello di venire in soccorso all'anziano genitore. Certo è che Carlo I la reclamava alla sua corte per la notorietà e perizia di Artemisia Gentileschi, ormai rinomate presso le corti europee. Un rifiuto non era possibile.

L'interesse per la figura artistica di Artemisia Gentileschi ebbe un forte impulso per merito di studi in chiave femminista che efficacemente sottolinearono la forza espressiva del suo linguaggio pittorico, specie quando i soggetti rappresentati sono eroine bibliche, che pare vogliano manifestare la ribellione alla condizione in cui le condanna il loro sesso.


In un saggio contenuto nel catalogo della mostra svoltasi a Roma e poi a New York, Judith W. Mann prende le distanze da una lettura in chiave strettamente femminista, mostrandone i limiti:
«[Una lettura di questo tipo] avanza l'ipotesi che la piena potenza creativa di Artemisia si sia manifestata soltanto nel raffigurare donne forti e capaci di farsi valere, al punto che non si riesce a immaginarla impegnata nella realizzazione di immagini religiose convenzionali, come una Madonna con Bambino o una Vergine che accoglie sottomessa l'Annunciazione; e inoltre, si sostiene che l'artista abbia rifiutato di modificare la propria interpretazione personale di tali soggetti per adeguarsi ai gusti di una clientela che si presume maschile. Lo stereotipo ha avuto un doppio effetto restrittivo: inducendo gli studiosi sia a mettere in dubbio l'attribuzione dei dipinti che non corrispondono al modello descritto, sia ad attribuire un valore inferiore a quelli che non rientrano nel cliché.»

La critica più recente, a partire dalla ricostruzione dell'intero catalogo di Artemisia Gentileschi, ha inteso dare una lettura meno riduttiva della carriera di Artemisia Gentileschi, collocandola nel contesto dei diversi ambienti artistici che la pittrice frequentò, restituendo la figura di un'artista che lottò con determinazione, utilizzando le armi della propria personalità e delle proprie qualità artistiche contro i pregiudizi che si esprimevano nei confronti delle donne pittrici; riuscendo a inserirsi produttivamente nella cerchia dei pittori più reputati del suo tempo, affrontando una gamma di generi pittorici che dovette esser assai più ampia e variegata di quanto ci dicano oggi le tele a lei attribuite.

Concludo dicendo che, sebbene eroina del femminismo, o forse proprio per questo, Artemisia Gentileschi meriti anche oggi quei riconoscimenti artistici già vivi ai tempi suoi, attribuiteli persino dai regnanti durante la sua vita.

sabato 27 dicembre 2014

LE ALTRE NO

Uso Facebook come strumento di lavoro. Vi promuovo il mio saggio CORPI RIBELLI – resilienza tramaltrattamenti e stalking, sorta di manualetto pratico, agile, con rimandi e approfondimenti al web, non pietista, né voyeurista, nemmeno vittimista, proattivo, propositivo, femminista ma con un occhio al genere maschile, perché la violenza sulle donne è un problema degli uomini. Tante volte, anzi, ho raccolto testimonianze di uomini maltrattati dalle donne. Creo consenso attorno all'argomento, spesso incontro prima virtualmente, poi dal vivo, persone, donne e uomini, ma soprattutto donne, interessate all'argomento. Tante di loro sono impastoiate in situazioni di violenza familiare, sia fisica che psicologica, alcune stalkizzate da ex partner, poche ne sono già uscite, ma ancora ricordano le ferite. Alcune invece sono combattenti come me, agiscono professionalmente nell'ambito, chi impegnata come operatrice di centri anti-violenza, chi in azioni politico/sociali persino in parlamento, chi legalmente, chi medicalmente. Gli uomini coinvolti, invece, sono pochi: coloro che hanno subito, preferiscono non denunciare e dimenticare. Altri, (tre!) sono operatori come il Commissario Capo della Polizia Locale fondatore del Nucleo Tutela Donne e Minori, o il Criminologo Clinico che ha attuato un programma di recupero per Sex Offenders già condannati, in carcere ad espiare la pena, o ancora l'ex Carabiniere, oggi Investigatore Privato, che fu il primo ad attuare l'arresto di un pedofilo in Italia. Più i B.A.C.A., uno stuolo di Motociclisti che si è assunto l'incarico di tutelare i minori abusati, che fa gruppo a sé perché la loro missione è palese. Mentre gli uomini in generale, (e le donne B.A.C.A.) accettano volentieri tag da parte mia per essere aggiornati, le altre donne NO. Tutte le altre donne, senza distinzione tra vittime e operatrici. Potrei capire le vittime, in quanto tutt'ora sotto violenza, non vogliono attirare le attenzioni del picchiatore/violentatore/stalker su di sé. Per queste ultime è prassi normale che mi cancellino dalle loro amicizie. Ma le operatrici, siano esse volontarie, o professioniste affermate, giornaliste, parlamentari, avvocate, psicologhe, non si fidano. Non vogliono tag. Non leggono. Non commentano. Per correttezza, non faccio nomi. La giornalista impegnata contro le violenze di genere non vuole essere taggata nelle mie note. Eppure ha gradito che le inviassi il mio saggio, ovviamente gratis. La parlamentare addirittura un giorno recente, mi contattò in pvt per chiedermi spiegazioni sulle mie posizioni secondo lei contraddittorie. Da una parte, avevo commentato favorevolmente ad una sua osservazione circa la lotta contro le violenze maschili sulle donne, dall'altra avevo commentato pure favorevolmente il post di una comune amicizia, una donna illustratrice, che prendeva posizione contro la violenza femminile sugli uomini. La parlamentare non capiva come potessi azzardarmi a cotanta contraddizione. Mi chiese persino, con malcelata arroganza, CHI FOSSI IO, da che pulpito parlassi, quando in realtà è scritto dappertutto, non solo sul blog, non solo sul libro di cui le avevo fatto omaggio, ma persino sulla Rete. Qui le mie motivazioni che le argomentai. Capisco che una donna possa essere impegnata a tal punto da non poter leggere un libello di 100 pagine (solo due sono dedicate alla mia storia personale), ma diffido da chi non assume informazioni prima di aprire bocca. Quanta amarezza quando si scopre di lavorare per le donne e poi coglierne la diffidenza, se non addirittura l'opposizione! In occasione della giornata internazionale contro la violenza di genere, 25 novembre, sono entrata in contatto con una sociologa residente qui, nella cittadina dove vivo nella bassa bergamasca, tramite un giro che è partito dalla bibliotecaria, passando attraverso un'assessora. Prima di parlare con lei, ho condotto una ricerchina sul web. Ho trovato il suo blog, con pensieri personali, curriculum strepitoso, studi, carteggi, pubblicazioni varie, corsi. Ho capito di trovarmi di fronte ad una studiosa seria ed eccelsa che aveva fatto del femminismo il suo stile di vita. L'ho contattata dapprima via e-mail, spiegandole in breve come avessi fatto a reperire i suoi contatti. Mi ha chiamata con fare sospettoso. Chi ero io, da poco rientrata in quella cittadina, da ottenere così tanta attenzione dalle istituzioni, mentre lei, sessantenne, impegnata da circa una quarantina di anni, non ne aveva mai ottenuta? Molto modestamente gliel'ho spiegato anche a voce. Le ho offerto il mio saggio gratis, che sarei stata onorata di depositarlo direttamente nelle sue mani. Mi ha detto di lasciarlo in un dato posto, perché non aveva tempo di ricevermi. La classe. In seguito, proprio l'assessora che stava creando un evento nella cittadina per il 25 novembre, proprio con la studiosa ed un'altra, psicologa operatrice di un centro antiviolenza di Bergamo, si è stupita della mia intraprendenza. Volevo donare anche a lei il mio saggio. Mi ha ricevuto frettolosamente nell'atrio del comune, trattandomi con sufficienza. Quando ci siamo congedate, manco mi ha salutato. Durante l'evento da lì a pochi giorni, con larga partecipazione maschile, ho preso parola nell'assemblea e mi sono presentata. Ho raccontato la mia storia di dolore e di resilienza. Tutti hanno taciuto, le tre relatrici comprese. Le avevo rapite. Al termine, mi hanno battuto le mani, piacevolmente sorprese. Poi le due che avevano già avuto contatti con me, si sono scusate. L'assessora mi ha lasciata con la promessa di un evento nella primavera 2015. Tre anni fa avevo un altro account su Facebook, eccolo qui, attivo ma impossibile per me accedervi, perciò NON chiedetemi l'amicizia, con cui gestivo un gruppo segreto di donne maltrattate, detto GLOSS, acronimo di Gruppo di Lavoro e Osservatorio Sessismo e Stalking. Questo il video che realizzai anni fa per presentare il gruppo. Click qui per vederlo. Ci piaceva pensarci scintillanti o perché curate nell'aspetto per risollevare l'autostima, o perché lucidate a suon di botte. Ne ero amministratrice e, in quanto tale, DOVEVO garantire loro la privacy, quindi, prima di farle accedere, le intervistavo o dal vivo o via Skype. Nel gruppo, che riuniva maltrattate ed operatrici professioniste dell'ambito, le donne avevano libertà di espressione, raccontavano le loro esperienze senza sentirsi giudicate, ma casomai ascoltate da orecchie pensanti e formate. Spesso traevano ispirazione e fiducia da quelle che, prima di loro, ne erano passate attraverso. Io ne ero la moderatrice. Tra di loro, ne ricordo in particolare due, con atroci storie personali e una terza, operatrice volontaria in un centro. Una, sarda, sulla trentina, aveva subito stupri ripetuti dallo zio e dagli amici di questo zio, che ne ricavava compensi. Mai denunciati, mai entrata in cura da specialisti. Le permisi di fare parte del gruppo dopo averla intervistata via Skype. La seconda, del Trentino, sui 35, era stata stalkizzata due volte dallo stesso uomo, che “per amore”, la costrinse a perdere non solo la sua attività artigianale, ma finanche tutti i suoi averi. Ne scrisse un libro, che ho acquistato volentieri e ho letto. Ebbene, la sarda approfittò di una mia debolezza di salute (entrai in coma) per inventarsi che le avevo conferito la delega di gestione del gruppo. Ne fece scempio, giudicando e criticando le poverette. La seconda, la vedo ancora su Facebook cercare consenso tra donne. Ma non lo ottiene. Ogni volta inveisce contro, sentendosi rifiutata. La terza, invece, l'ho ritrovata un paio di giorni prima di Natale su Facebook gestire una pagina che promuove le tematiche femminili. Con un post mi sono fatta riconoscere, riuscendoci. Le ho proposto di scambiarci nuovamente l'amicizia. Ha declinato.
Morale: siamo state così a lungo vituperate, schiacciate, annientate, disabituate a lottare unendo le nostre forze, che ci guardiamo persino tra di noi con sospetto. Ma io non desisto. So che ci sono donne che hanno voglia di rimboccarsi le maniche per fare del bene. Le cerco e le trovo!

Grazie a Dio, e non è solo un modo di dire.