venerdì 23 ottobre 2015

ARTEMISIA GENTILESCHI

Il mio nome è Pastori, Stefi PASTORI, come quelli delle pecore. Voglio sottolineare l'importanza del cognome. Il cognome è la nostra missione, come dice un antico adagio Nomen Omen. Conduco verso la salvezza le pecorelle smarrite nelle violenze in casa. Perché il mio motto per loro è: VIA DALLE VIOLENZE DOMESTICHE PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI. Ho scritto un saggio contro i maltrattamenti in famiglia. Titolo: CORPI RIBELLI– resilienza tra maltrattamenti e stalking. E' una vera e propria guida per uscirne perché contiene nomi e recapiti di coloro che salvano le donne maltrattate. Ma non sono qui per parlarvi di questo.

Sono qui per parlarvi di Artemisia Lomi, detta Gentileschi, antesignana del femminismo. Premettendo che essere femminista non significa necessariamente essere lesbica, frigida o camionista, affermo con forza e determinazione di essere femminista. Nonostante certe illazioni strumentali reperite sul web nei circoli lesbici, forse legati ad un episodio della sua vita, quello che la vede coinquilina nonché amica di una ex vicina di casa, che poi ha dipinto nei suoi quadri, la Gentileschi non fu dedita all'amore lesbico. Anzi, i suoi liberi costumi sessuali sono noti a tutti fin dagli anni della sua gioventù.
Giuditta che decapita Oloferne. Ora, vi chiedo di osservare questo quadro, conservato al Museo Nazionale di Capodimonte. De la Giuditta che decapita Oloferne, un noto critico d'arte, certo Longhi scrive:
La lettura del dipinto sottolinea cosa significhi saperne di pittura, e di colore e di impasto: sono evocati i colori squillanti della tavolozza di Artemisia, le luminescenze seriche delle vesti (con quel suo giallo inconfondibile), l'attenzione perfezionistica per la realtà dei gioielli e delle armi.

Io, che fui Art Director nelle più importanti Agenzie Pubblicitarie di Milano, ho qualche strumento atto a definirlo, pur nella sua crudezza, opulento nelle persone, nelle vesti e nei gesti rappresentati. Opulento.

Spegniamo l'opera, perché ora vi leggerò parole di Artemisia Gentileschi, poi vi mostrerò di nuovo questo quadro e so che lo vedrete con occhi diversi.

« Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch'io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l'altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne »

Questa la testimonianza diretta di Artemisia Gentileschi al processo di stupro, secondo le cronache dell'epoca, conclusosi nel 1611. Tenete a mente l'anno, vi verrà utile tra poco: 1611. Per inciso, vi confesso che la prima volta in cui lessi le sue parole, piansi.

Ora so che riguardando la tela, Giuditta che decapita Oloferne (1612-13), avrete un diverso moto dell'anima. Vi prego di rilevare quanto sia impressionante la violenza della scena. Specialmente dopo aver ascoltato la testimonianza dello stupro!
La data del processo: 1611. La tela: tra il 1612 e il 13. Ora, se sapete che la Gentileschi fu stuprata PRIMA DELLA TELA, sapete anche che l'opera è stata interpretata in chiave psicologica e psicoanalitica, come desiderio di rivalsa rispetto alla violenza subita. Più che rivalsa, la chiamerei RESILIENZA.
RESILIENZA, ovvero quella capacità intrinseca all'animo umano di trasformare il dolore e la sofferenza, anche la più atroce, in ricchezza interiore. Perché tutta la storia della Gentileschi parla di RESILIENZA.

In una società come quella del XVII secolo in cui alle donne era fatto divieto di accedere alle scuole di bottega per diventare pittrici, immaginate quanta sofferenza debba aver assorbito la Gentileschi nel sapere che, durante il processo di stupro, gli accoliti dello stupratore insinuarono nella mente dei giudici e nell'opinione pubblica tanti dubbi circa la sua virtuosità. Con false testimonianze, l'accusarono di essere una donna dai facili costumi e dedita alla promiscuità sessuale. Che se la intendeva persino col padre.

Considerate che quella fu un’epoca in cui una donna già deflorata non poteva essere considerata vittima di stupro! Infatti, studi recenti hanno rilevato che nel Seicento il processo era basato sul concetto di stuprum, inteso come deflorazione di donna vergine o come rapporto sessuale dietro promessa di matrimonio non mantenuta. Il padre di Artemisia denunciò un suo collega (un certo Tassi, non lasciamo all'oblio i nomi dei sex offenders, vi prego!) che dopo la violenza non aveva potuto rimediare con un matrimonio riparatore. Quel Tassi difatti era già sposato (e nel frattempo manteneva anche una relazione incestuosa con la sorella della moglie). Del processo che ne seguì è rimasta esauriente testimonianza documentale, che colpisce per la crudezza del resoconto di Artemisia e per i disumani metodi inquisitori del tribunale.

La Gentileschi ha avuto non solo il coraggio di testimoniare, ma persino di sottoporsi allo schiacciamento dei pollici per confermare l'attendibilità delle sue accuse, cosa che per lei, pittrice, non dovette essere solamente umiliazione e dolore fisico.

Se pensiamo che ancora oggi le donne stuprate o vittime di violenza non hanno il coraggio di denunciare, possiamo davvero far assurgere la figura della Gentileschi all'empireo delle eroine (qui mi venne da scrivere EROI, pensate come il linguaggio stesso sia imbevuto di misoginia! Ad esempio, avvocato per definire una donna avvocata, consigliere per una donna consigliera, assessore per una donna assessora, presidentessa per una presidenta – lo so, quest'ultima è mera una provocazione - Questo argomento meriterebbe una serie di considerazioni a parte!)

Un paio di fugaci considerazioni in merito: tutt'oggi, le donne che denunciano stupratori, spesso NON SON CREDUTE. Più spesso di quanto sia lecito credere, sono sottoposte alla gogna mediatica (un esempio su tutti: giornalisti che le accusano di vestire discinte) e persino a quella di coloro che invece dovrebbero essere preposti alla loro tutela (carabinieri che nel raccogliere la querela, la sottopongono ad interrogatori lunghi e stressanti), o peggio davanti al Giudice (avvocati in difesa dello stupratore che, alludendo a presunti comportamenti libertini, le criticano). In definitiva subiscono una seconda vittimizzazione. Esattamente come accadde ad Artemisia Gentileschi 4, sottolineo QUATTRO secoli fa.

Gli atti del processo (conclusosi con una lieve condanna del Tassi) hanno avuto grande influenza sulla lettura in chiave femminista della figura di Artemisia Gentileschi.
Infatti, negli anni settanta del novecento, la Gentileschi diventò un simbolo del femminismo internazionale e del desiderio di ribellarsi al potere maschile. Contribuirono all'affermazione di tale immagine la sua figura di donna impegnata a perseguire la propria indipendenza e la propria affermazione artistica contro le molteplici difficoltà e pregiudizi incontrati nella sua vita travagliata.
Quindi, non solo lo stupro, ma anche il coraggio di scelte libertarie pre e post violenza ci consentono di guardare alla Gentileschi come modello di resilienza.

Pensate che per una donna all'inizio del XVII secolo dedicarsi alla pittura, come fece Artemisia Gentileschi, rappresentava una scelta non comune e difficile, anche se non eccezionale. Se ne possono ricordare una decina, sue contemporanee. Ma sempre troppo poche rispetto ai numerosi colleghi maschi. L'apprendistato presso papà Orazio rappresentò per Artemisia Gentileschi l'unico modo per esercitare l'arte, essendole precluse le scuole di formazione: alle donne veniva negato l'accesso alla sfera del lavoro e la possibilità di crearsi un proprio ruolo sociale. Una donna non poteva realizzarsi puramente come lavoratrice, ma doveva perlomeno sostenersi col proprio status familiare; il lavoro femminile non era riconosciuto alla luce del sole, ma si realizzava perlopiù clandestinamente, come dimostrano i registri delle tasse e i censimenti.

La Gentileschi riprese dal padre Orazio il limpido rigore disegnativo, innestandovi una forte accentuazione drammatica tratta dalle opere del Caravaggio, caricata di effetti teatrali; stilema che contribuì alla diffusione del caravaggismo a Napoli, città in cui si era trasferita dal 1630 e che la rese famosa nel mondo conosciuto di allora.

Sposata ad un modesto e opaco pittore, la Gentileschi si trasferì a Firenze, dove ebbe quattro figli, di cui la sola figlia Prudenzia visse sufficientemente a lungo da seguire la madre nel ritorno a Roma poi a Napoli. L'abbandono di Roma fu quasi obbligato: la pittrice aveva ormai perso il favore acquisito e i riconoscimenti ottenuti da altri artisti, messa in ombra dallo scandalo suscitato, che fece fatica a far dimenticare. Difatti anche gli epitaffi alla sua morte furono crudelmente ironici.
Il successo, unito al fascino che emanava dalla sua figura, alimentarono motteggi e illazioni sulla sua vita privata.

Artemisia Gentileschi si stabilì a Roma come donna ormai indipendente, in grado di prender casa e di crescere le figlie. Oltre a Prudenzia, ebbe una figlia naturale, nata probabilmente nel 1627.

Dopo Roma e Napoli, LONDRA. Nel 1638 Artemisia raggiunse il padre a Londra presso la corte di Carlo I, dove era diventato pittore di corte e aveva ricevuto l'incarico della decorazione di un prestigioso soffitto di rappresentanza.
Dopo tanto tempo, padre e figlia si ritrovarono legati da un rapporto di collaborazione artistica, ma dubito che il motivo del viaggio londinese fosse solo quello di venire in soccorso all'anziano genitore. Certo è che Carlo I la reclamava alla sua corte per la notorietà e perizia di Artemisia Gentileschi, ormai rinomate presso le corti europee. Un rifiuto non era possibile.

L'interesse per la figura artistica di Artemisia Gentileschi ebbe un forte impulso per merito di studi in chiave femminista che efficacemente sottolinearono la forza espressiva del suo linguaggio pittorico, specie quando i soggetti rappresentati sono eroine bibliche, che pare vogliano manifestare la ribellione alla condizione in cui le condanna il loro sesso.


In un saggio contenuto nel catalogo della mostra svoltasi a Roma e poi a New York, Judith W. Mann prende le distanze da una lettura in chiave strettamente femminista, mostrandone i limiti:
«[Una lettura di questo tipo] avanza l'ipotesi che la piena potenza creativa di Artemisia si sia manifestata soltanto nel raffigurare donne forti e capaci di farsi valere, al punto che non si riesce a immaginarla impegnata nella realizzazione di immagini religiose convenzionali, come una Madonna con Bambino o una Vergine che accoglie sottomessa l'Annunciazione; e inoltre, si sostiene che l'artista abbia rifiutato di modificare la propria interpretazione personale di tali soggetti per adeguarsi ai gusti di una clientela che si presume maschile. Lo stereotipo ha avuto un doppio effetto restrittivo: inducendo gli studiosi sia a mettere in dubbio l'attribuzione dei dipinti che non corrispondono al modello descritto, sia ad attribuire un valore inferiore a quelli che non rientrano nel cliché.»

La critica più recente, a partire dalla ricostruzione dell'intero catalogo di Artemisia Gentileschi, ha inteso dare una lettura meno riduttiva della carriera di Artemisia Gentileschi, collocandola nel contesto dei diversi ambienti artistici che la pittrice frequentò, restituendo la figura di un'artista che lottò con determinazione, utilizzando le armi della propria personalità e delle proprie qualità artistiche contro i pregiudizi che si esprimevano nei confronti delle donne pittrici; riuscendo a inserirsi produttivamente nella cerchia dei pittori più reputati del suo tempo, affrontando una gamma di generi pittorici che dovette esser assai più ampia e variegata di quanto ci dicano oggi le tele a lei attribuite.

Concludo dicendo che, sebbene eroina del femminismo, o forse proprio per questo, Artemisia Gentileschi meriti anche oggi quei riconoscimenti artistici già vivi ai tempi suoi, attribuiteli persino dai regnanti durante la sua vita.

mercoledì 14 ottobre 2015

INCREDULITA' E' OMERTA'

Se paragonare l'incredulità all'omertà pensate sia un concetto troppo spinto, cercherò di dimostrarne la diretta correlazione causa – effetto.Pensavo ormai di aver metabolizzato la violenza subita. Invece quando leggo notizie come quella di Luca Priolo (24 anni) che ha ammesso di aver ammazzato la partner (20) ancora mi si contorce ciò che ho di più sacro: cervello e vagina.

Le cicatrici del corpo guariscono, quelle dell'anima NO.

Per quanti anni possano passare (8 anni), per quante cure si possano affrontare (nel mio caso, 6 mesi di terapia personale con una psicologa del centro anti-violenza, più altri 3 nel gruppo di auto-mutuo aiuto tra donne maltrattate moderato da due terapiste specializzate nel tipo di trauma, più diversi mesi di ricerche TV sulle puntate di trasmissioni come STORIE MALEDETTE o AMORI CRIMINALI, più altrettanti mesi di interviste a specialisti nell'ambito, fino a sfociare in un agile manuale con nomi e numeri di telefono di coloro che salvano le donne maltrattate, CORPI RIBELLI), certe cicatrici dell'anima non guariscono. MAI.

Allora mi documento, mi informo e rifletto, per poi sottoporre al giudizio del lettore e magari trovare rinnovato coraggio per sparare un faro su PicchiatoriMaltrattantiPedofiliSexOffendersStalker, per promuovere una cultura non violenta, che nasca fin dalle classi più giovanili, magari portandola fin dentro le scuole primarie dell'infanzia. 

Anche a costo di apparire poco rispettosa della privacy, nel caso dell'ennesimo stalker femminicida reo confesso, voglio mettere la sua faccia, perché tutti sappiano e nessuno dimentichi. Una volta condannato e finito in galera, solo se il Priolo condurrà le opportune cure cliniche per non reiterare reati simili, come quelle proposte dal prof. Giulini del CIPM, allora avrà diritto all'oblio.


Nel vagliare le informazioni, mi colpiscono alcuni elementi che provo a mettere in fila qui di seguito:l'avvocato difensore del Priolo dall'accusa di stalking ipotizzava “perfino una bonaria risoluzione”i commenti degli amici del Priolo, reperiti qui e là sul web (LA STAMPA, Tgcom24), affermano di essere increduli.

Le autorità che avrebbero dovuto tutelare la giovane, non l'hanno fatto.Nel 2013 la giovane aveva denunciato Luca Priolo per episodi di stalking. Sottolineo che la denuncia di stalking richiede documentazione atta a convincere il Giudice della sua veridicità. 

Inoltre la querelante è tenuta a supportare con valida documentazione medica il suo stato di salute o dei suoi cari quanto sia in pericolo proprio a seguito della persecuzione. Siccome il procedimento giudiziario aveva iniziato il suo percorso, visto che la Procura di Catania aveva già chiesto il rinvio a giudizio dell’imputato, possiamo lecitamente immaginare che le parole della ragazza non fossero state vane, ma supportate da prove documentali. 

Perciò, le successive dichiarazioni del Priolo “Sono solo entrato dalla finestra, perché impensierito da un'auto sospetta, volevo proteggere le mie donne” appaiono per quel che sono: una mera bugia. Tipico comportamento definito dalla criminologia clinica del narcisista perverso. Al post LESSICO FAMILIARE, nelle mie annotazioni tra parentesi, trovate alcune considerazioni pratiche su questo disturbo del comportamento. Delle problematiche comportamentali di Luca Priolo, le autorità coinvolte erano informate. Ne è dimostrazione che la prima udienza si sarebbe dovuta tenere proprio la mattina dopo il femminicidio.Ma perfino l'avvocato difensore del soggetto è caduto nelle trappole manipolatorie dell'imputato: ipotizzando, per l'appunto, “una bonaria risoluzione”, ottiene il rinvio dell'udienza perché ha chiesto il ricorso a riti alternativi.Eppure nessuno aveva provveduto a mettere in sicurezza la perseguitata.Sembra di vedere sempre lo stesso copione che si ripete ogni volta uguale, anche trasversalmente per ceto sociale, età, luogo.

Ribadisco un concetto già espresso su CORPI RIBELLI: andate in Procura a sporgere denuncia. Esiste un protocollo per la vostra messa in sicurezza IMMEDIATA che parte solo dalla Procura, grazie al PM Pietro Forno.

Il soggetto narcisista perverso vi circuisce, vi manipola; questo lo sapete già, ma non il suo avvocato difensore, non i vostri amici, nemmeno i genitori, tanto meno i figli. A tutti appare come bella persona, socievole, da ammirare, insomma un santo. 

Allora parlatene a tutti, il più possibile, raccogliete prove, testimonianze, foto, certificati: dovete fare terra bruciata attorno a lui. 

Sparategli addosso un faro che ne mostri le nefandezze psicologiche. Non è per vendetta, ma per costruirvi una barriera difensiva, persino fisica.

E sappiate che se i vostri amici dichiarano: “non avrei mai creduto che fosse capace di tanto”, ebbene, quegli amici sono caduti anch'essi nelle trappole. Il genoma umano contiene il codice della violenza, perché assieme alla specie animale dei bonobo, l'uomo è la sola ad ammettere l'uso del genocidio. Se vengono a meno certi codici di vita sociale, si scatena la violenza. 

Con l'accusa di stalking ben supportata da prove documentali, tutti avrebbero dovuto sapere che il soggetto era potenzialmente pericoloso per la vita della stalkizzata.
Perciò non smetterò mai di fare cultura e formazione su questo tristo argomento. La gente deve SAPERE COME FARE A DIFENDERSI.

mercoledì 7 ottobre 2015

GRASSO E LE VOLGARITA' INAUDITE

Pochi giorni fa, durante la discussione sulle riforme costituzionali, il gestaccio di un senatore (lo scrivo minuscolo con apposito intento), sostenuto da un secondo compare di gesta, ha suscitato non solo le ire femministe, ma anche quelle del Presidente del Senato, Pietro Grasso, il quale ha annunciato le opportune misure contenitive: “D'ora in poi, visto che l'escalation è arrivata al punto di minare la civile convivenza, il rigore sarà assoluto”. “Perché - ha continuato - gli episodi sono stati di tale gravità che hanno offeso persone e senatori ed hanno minato la credibilità delle istituzioni”.

Come di mia consuetudine, prima di scrivere questo post ho voluto documentarmi. Non farò nomi per evitare propaganda politica, sebbene tutti voi che mi seguite conosciate le mie tendenze. Il documento che più ha suscitato in me compassione e partecipazione non solo emotiva, (ho pianto, commossa) ma anche razionale, è stato il video in cui Senatrici di diversi partiti, dal Pd alla Lega Nord, parlando in aula esprimono la loro solidarietà trasversale alla collega e testimoniano di avere visto il gestaccio.

Prima di prendere decisioni, il Dr.Grasso ha visionato tutti i video disponibili. E ha tratto le sue conclusioni, andando contro al senatore minuscolo che diceva di essere stato travisato. Le penalità sancite dal Presidente del Senato sono state le seguenti: cinque giorni di sospensione - con effetto immediato - ai due senatori responsabili dei gestacci. Uno ad altro Senatore per aver aggressioni verbali. Demando l'incarico di fare nomi e responsabilità a questo pezzo di REPUBBLICA online
Una sola piccola considerazione. A parte che all'alba del III millennio dopo Cristo, siamo ancora fermi alla trivialità da marciapiede quando si deve offendere una donna, mi chiedo perché le Donne si sentono offese quando si parla di sesso, anche fosse sesso in vendita. L'onorabilità di certi antichi mestieri è direttamente proporzionale al disonore che si auto-infliggono i paganti. 
Io penso che il fenomeno del sesso a pagamento sia legato alla legge del Mercato. Finché ci sarà qualcuno che cerca, ci sarà qualcuna che offre. E allora non c'è del male se le parti rispondono. Disonore casomai a chi cerca pur avendo la possibilità di averne gratis dalla propria partner.
Concludo facendo mia l'osservazione di una ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo su La7, affermando con vigore che i 5 giorni di sospensione ai due senatori minuscoli siano pochi. Sono certa che questi omuncoli diventerebbero meno volgari e meno maschilisti se il Presidente del Senato li sanzionasse togliendo loro mensilità di stipendio.
Sono solo io che la pensa così?


martedì 29 settembre 2015

KAFKA MI FA UN BAFKA

Voglio continuare a scrivere dei problemi legati alla mia casa per sottolineare quali siano le criticità cui una donna maltrattata deve fare fronte e come certe Istituzioni preposte alla tutela dei bisognosi se ne occupino.
Il 25 aprile 2015 mi fu spiegato che sarei stata contattata dall'Assistente Sociale di competenza di lì a sei mesi dopo
In effetti, ad onor del merito, di mesi ne sono passati “solo” 5.

Mi viene indicato un indirizzo che appunto sulla app Google Maps, per facilitarmene l'individuazione. Eppure all'indirizzo indicato esiste solo una Piscina Comunale! Chiamo la sede e mi spiegano che QUEL numero civico corrisponde alla Piscina, in cui devo entrare per poter vedere un altro portone con il loro cartello. Un altro accesso facile! Pare che Servizi Sociali ed Uffici Comunali preposti al sostentamento dei disabili o alla attribuzione di un alloggio popolare di Milano abbiano questo vizio.

Quando finalmente accedo parlo con l'Assistente Sociale, che risultato ne derivo? Ne derivo di sapere che nel frattempo, il famigerato Albergo Diffuso si è trasformato da progetto per “adulti singoli in gravi condizione economiche e di salute” a “giovani coppie con prole in tenera età”. Insomma, definitivamente tagliata fuori. E dire che un Assessore contattato da me mi ha accusata di essere imprecisa! 

Oh ma signora, non tutto è perduto, incalza la generosa Assistente. Mi informa infatti che potrei essere inserita in altri ambiti. Uno, è dedicato ai senzatetto, cui viene attribuita una dimora in alloggio condiviso con altri clochard, che a Milano si chiamano BARBONI. L'organizzazione in cambio preleva alla fonte i loro redditi, lasciandogli 180 euro mensili, zecche e pulci come coinquilini complementari. Direi che non fa al caso mio.

Ve ne sarebbe un secondo, dedicato agli invalidi di qualsivoglia natura, sempre in alloggi condivisi, senza il cammino verso l'assegnazione di alloggio popolare, dietro pagamento di locazioni modeste che si aggirano intorno ai 500 euro mensili. Troppo per le mie tasche, tenendo conto che dovrei condividere la mia camera con disabili, magari tristanzuoli. Non ho bisogno di tristezza.

L'ultima spiaggia, invece, è legata ad un'organizzazione caritatevole cattolica, di cui non faccio nome, che concede gratuitamente alloggi di sua proprietà a rifugiati ed emigrati senza casa né lavoro, i quali li condividono. Costoro saranno poi accompagnati su un percorso di inserimento al lavoro e di assegnazione di alloggio popolare. Questa terza la vedo più come un'opportunità per me, sebbene non capisca come una milanese doc possa essere ritenuta una rifugiata. Esprimo la mia perplessità alla Assistente Sociale, la quale mi porge un biglietto su cui è scritto il nome e il recapito del Responsabile di questa organizzazione caritatevole, dicendomi: Si faccia spiegare da loro come funziona. Cosa che faccio subito dopo essere uscita da lì. Mi viene rivolto un cazziatone per essermi azzardata a chiamare direttamente, senza l'intercessione dell'Assistente Sociale. Eppure avevo debitamente spiegato quale fosse la situazione. Ci lasciamo con le scuse da parte della caritatevole organizzazione, che esprime l'intenzione di chiamare l'improvvida Assistente Sociale.

Insomma, altro buco nell'acqua. Ah no! Dimenticavo che l'Assistente Sociale mi ha fatto notare che non posso mantenere la residenza nella casa da cui fui sfrattata oltre un anno e mezzo fa. Grazie! Lo sapevo anch'io! Ma dove la posso portare, se non ho casa? Facile: Si rivolga alla Caritas, signora! E così non mi resta che affrontare anche questa umiliazione, la Caritas...

Il giorno dopo, siamo intorno al 20 di settembre, vado nella sede centrale, dove trovo una coda di sfigati (come me? Mannaggia quanto sono caduta in basso!) e leggo un cartello: SI AVVISANO GLI UTENTI CHE NON SONO ACCETTATE DOMANDE DI RESIDENZA FINO AL 30 DI SETTEMBRE. Incoraggiata, (?) busso ad una delle porte, mi faccio mettere in lista per la domanda di residenza presso di loro, ma pochi minuti più tardi mi viene spiegato che la posso inoltrare soltanto se presso il Comune risulto nella condizione di SENZA FISSA DIMORA. Faccia richiesta di risiedere presso il Comune, Signora, mi viene consigliato.

Chiamo la sede centrale del Comune di Milano allo 020202 dove un'impiegata solerte si informa circa la mia richiesta. Quando mi riporta il risultato, conferma: Sì Signora, si rivolga ad una qualsiasi delle nostre sedi con Carta Identità, patente e libretto di circolazione, che verrà fatto tutto.

Fiduciosa, mi reco nella sede di Zona 9. Dove allibiscono E la Sportellista E la Responsabile dell'ufficio. Non può portare in Comune la sua residenza! Mi faccia chiamare dall'Assistente Sociale che le spiego io come funziona e si rivolga al Parroco qui vicino per portare la residenza presso la Parrocchia.

Inutile dire che il Parroco manco ha aperto il cancello.


Sono passati 10 mesi senza casa, vivo ospite di persone di buon cuore, trascorrendo le mie giornate negli uffici pubblici che dovrebbero dare sostegno ai bisognosi. Ne ricevo solo una convinzione; Kafka e il suo PROCESSO sono io!

domenica 27 settembre 2015

UN DRAMMA COME TANTI

Antonella Caprio, autrice

Oggi vorrei scardinare una consuetudine malefica, una usanza inopportuna, un costume distruttivo, un detto popolare assassino: TRA MOGLIE E MARITO NON METTERCI IL DITO.
Anche a costo di andare contro i luoghi comuni, vi imploro: mettetecelo, QUEL dito, perché la vita di una donna potrebbe essere salvata.

Lo dice molto bene la pièce QUESTA STORIA SBAGLIATA di Antonella Caprio, già autrice di testi teatrali e romanzi: NON C'E' CUORE (n. 3 Premi Letterari Internazionali) e IL SEGRETO DEL GELSO BIANCO (n.3 premi letterari nazionali).
Patrizia Pozzi, attrice
Eugenio Gradabosco, attore
Patrizia Pozzi ha realizzato autoscatti con  farfalle sovraimpresse in colori violenti su mani maschili


Durante la visione, pensavo: Questa situazione sembra reale, vera, vissuta. Rabbrividivo e piangevo di compartecipazione. Eppure Antonella non mi ha detto di avere subito violenze...

Nel successivo dibattito, ecco svelato l'arcano. Antonella ammette di avervi assistito indirettamente. Ogni parola del diverbio e il grido disumano della donna ammazzata le rimbombano per tanto tempo nel cervello e nel cuore, a tal punto da indurla a scriverle. Se la scrittura è terapia, allora mi domando se con la pièce non voglia espiare la colpa di non essere intervenuta. Se così mai fosse, la rassicuro affermando che ce l'ha fatta, perché la sua invocazione di salvezza arriva forte e chiara a tutti, uomini e donne comprese. La platea era ammutolita nella gioia del riconoscimento del proprio dramma personale, annichilita nella vergogna di essere umano.

Infatti, solo due specie animali ammettono il genocidio: il bonobo e l'uomo. Il nostro genoma contiene in nuce il germe della violenza.

A fine rappresentazione, il dibattito rende protagonisti la sottoscritta, invitata come ospite d'onore per la mia testimonianza di vita, da cui ho derivato il saggio CORPI RIBELLI – resilienza tra maltrattamenti e stalking, un manualetto in cui si trovano nomi, telefoni ed indirizzi di coloro che aiutano.
Al termine del dibattito, vengo abbracciata da sconosciute che hanno condiviso violenze domestiche. Una di loro piange di compassione, le dico: Capisco che anche tu hai subito! Annuisce, felice di essere riconosciuta. Un'altra, con espressione dura, mi confida nell'abbraccio ferreo in cui mi stringe, di aver assistito da bimba alle violenze domestiche che il padre infliggeva alla madre, mai ribellatasi. Da subito accusò la madre di non averlo fatto.

Il criminologo Antonio De Salvia, illustre dauno, laureato in filosofia presso l’Università di Torino con specializzazione in criminologia clinica presso l’Università di Genova, autore di vari trattati sulla pena ed il volontariato all'interno delle carceri, nonché referente organizzativo di eventi organizzati dalla Associazione NESSUN UOMO E'UN'ISOLA con lo scopo di recuperare il complesso edilizio de le carceri Le Nuove di Torino, per aprire una struttura utilizzata a contenere, separare ed emarginare, a persone libere, desiderose di riflettere e capire.

Eugenio Gradabosco, attore e regista italiano, protagonista maschile de UNA STORIA SBAGLIATA, molto in parte. Nel 2010 è stato il Cuoco Zibibbo nella Melevisione, un programma per bambini di Rai YoYo.


Patrizia Pozzi, valida attrice di prosa, lavora anche come logopedista. Compie studi artistici ed è appassionata di arti figurative, lo si coglie perfettamente nel suo allestimento scenografico

E' la protagonista femminile di QUESTA STORIA SBAGLIATA, ed esordisce così: Quand’ero bambina mi piaceva collezionare farfalle… Mi incantavo a vedere quelle ali, grandi, colorate, infilzate con gli spilli nelle teche… Farfalle catturate nell’attimo del loro viaggio più bello. Immortalate per sempre nella loro sublime bellezza. E messe lì. Sottovetro. Per sempre.

Lei stessa è farfalla, baco brutto sbocciato alla bellezza grazie all'amore dell'uomo che poi arriva a sposare. Ne è innamorata, con quella stessa sublime leggerezza della farfalla nata a nuova vita post-crisalide. Ma si rende conto troppo tardi che suo marito l'ha infilzata di spilli. Quando si ribella, muore ammazzata, perché il marito la vuole amare per sempre, possederla per sempre.
Io l'amavo, ripete il protagonista maschile nel suo mantra stonato.
Ma l'amore rende liberi, non infilzati in una teca di vetro.







mercoledì 23 settembre 2015

ITALIA DA MISS

Diciott'anni e non sentirli! Ebbene sì, è stata eletta una diciottenne, con tutto il suo bagaglio culturale da diciottenne, che non sarà quello di una Margherita Hack. Perdoniamole allora la sua uscita del 42? No. Provo a spiegarvi perché.

Dubito che la Miss ignori le date. Dubito che la Miss ignori il carico di dolore che porta la guerra. Lasciatemi dubitare anche che abbia citato il 42 con scopi letterari (LA GUIDA GALATTICA PER GLI AUTOSTOPPISTI. I meno lettori si leggano almeno la spiegazione su Madre Wiki).
Fin dalle elementari, ci viene insegnata la storia della II Guerra Mondiale, di cui sappiamo anche la durata: da circa il 1938 a circa il 1945. Si dovrebbero persino conoscere le date di inizio e della fine. Perciò sottolineo l'uso del circa. E allora vogliamo davvero credere che questo CIRCA non faccia parte anche del bagaglio culturale di una diciottenne, ok scusate, quasi diciannovenne? Ovviamente, la mia è una domanda retorica.
E direi che la polemica possa finire qui.

Ne accendo un'altra. I commentatori che fanno della ironia sul 42, si sono permessi perché nel parlato non si percepisce l'apostrofo. La mia domanda è: si sono permessi di farlo, in nome del maschilismo imperante che vuole le Miss belle e oche?
Ovviamente, è un'altra domanda retorica.
E direi ancora che la seconda polemica possa chiudersi qui.

Ne apro una terza. E' da notare quanto questa Miss Italia sia androgina, maschile. Almeno dai '70, il Mondo della Moda ha eletto la gaytudine degli stilisti a simbolo della creatività, non a torto. Ma, e qui dico: di conseguenza, da Twiggy in poi, le modelle sono andate vieppiù a smagrirsi, ad assottigliarsi, a perdere le loro forme di femmine, a negare le rotondità, ad assomigliare sempre più a maschi. Come a confermare questa tendenza, le stesse aspiranti Miss sfiorano l'anoressia. Di quest'ultima, circola una foto che mostra un Monte di Venere particolarmente prominente. Falsa o no, circola. CIRCOLA e la gente ci crede. Crede di vedere un attributo maschile.
Insomma, con questa immagine di donna maschile, promulgata sui Socials e sui Media, vogliono negarci il diritto di essere tonde, vogliono negarci il diritto di essere donne. E questa volta non è una domanda, ma un'avvilita constatazione.
Domanda provocatoria: vi ricordate il nome della Miss Italia 2015? Io no.


mercoledì 16 settembre 2015

RESILIENZA IN POMPA MAGNA

Ieri ho trascorso la giornata con un'amica che sta diventando vieppiù importante, Giulia. Una bella donna, alta, slanciata, sorridente, luminosa, separata, sui 54, maestra parrucchiera in casa. Anni fa si legò ad un uomo sposato ad un'altra. Il quale, nel corso della relazione, le promise i classici Mare&Monti, addirittura occupandosi di lei economicamente, fino a pagarle la locazione, illudendola di una nuova vita insieme, FUTURA. Il guaio è che questo futuro l'uomo lo procrastina sempre, fino ad invitare Giulia a farsi un amante. 

Pur di non dargliela vinta, lei gli dà ascolto. Sceglie di stare con un uomo che in breve tempo si rivela manesco e la picchia. Eppure lei resiste, determinata a non stare sola con la sua delusione. Infine si accorge che non lo ama. Che è solo uno stronzo, mentre ai suoi occhi lo sposato è un galantuomo. Trova il coraggio di lasciare il picchiatore. Finalmente. Si ripropone nel giro di qualche mese di lasciare anche lo sposato, sa di meritarsi di più. Almeno un uomo tutto intero e non part-time. Ma le riesce difficile, perché ne è ancora innamorata, nonostante. In fondo ha un debito di gratitudine nei suoi confronti. 

Tutte le sue amiche le ribadiscono ciò che lei sa già di suo. Deve lasciarlo e vivere finalmente una vita libera, perché sebbene non la picchi, le fa subire violenze psicologiche forse peggiori. Finché prende la fatidica decisione. Con calcolata strategia, lo attende per il pagamento della locazione mensile e per il taglio di capelli alle 14 di un pomeriggio. Lo sposato la chiama alle 12: Sei a casa? Lei, pur essendo in casa, risponde: No. La sua determinazione a sganciarsi dai desideri di lui è alta. Così quando l'uomo arriva alle 14, lei è pronta a dirgli che era in casa, ma che aveva preferito rispettasse gli orari prestabiliti, e con ferma gentilezza e uno spettacolare sorriso gli fa notare che non è al suo servizio. 

L'uomo ribatte: Lo sapevo, a mezzogiorno stavo passando sotto casa tua ed avevo visto la tua auto. Facciamo sesso prima o dopo i capelli? Giulia incassa quell'ammissione di controllo col suo solito sorriso, ma ha già un piano: lo eccita strusciandosi addosso ma non conclude, glielo fa arrivare … E qui mi fa un gesto fino alla gola. Sai Stefi, è super dotato, vuoi vederlo? 

Beh insomma, per farla breve, a questo punto spero abbiate capito il senso del titolo, perché non ripeterò più. Non vorrei che illustri uomini e donne dello Stato, tra gli oltre duemila lettori di questo blog, se ne abbiano a male. Giulia sa bene come tenere in potere un maschio, sa che quella pratica sessuale è scettro del potere. Gli regala il suo agognato orgasmo, restando in ginocchio tra le sue gambe, senza nemmeno spogliarsi.

Poi gli taglia i capelli, quindi lo fa pranzare. Il tizio le lascia i soldi della locazione più 50 euro per il full monty. E lo rimarca: Questi 50 non sono per i capelli. Lo chiamo tizio perché non è un uomo. Giulia, che è invece una donna di classe, sorride e ringrazia. Accompagnandolo alla porta, gli dice: Qui sei sempre il benvenuto, ma sappi che non faremo più sesso.
Da un mese Giulia ha trovato un nuovo partner LIBERO.
Dedico a Giulia il mio tormentone dell'estate 2015: STANDING OVULATION!