mercoledì 1 aprile 2015

PORNOGRAFIA DEL SENTIMENTO

Pur nella mia positivistica ingenuità, nell'ambito delle mie ricerche ed interviste, mi ero comunque accorta di quanto strettamente fossero correlati tre argomenti: violenza, sesso e sessismo. Tre parole dal significato ben distinto. Tre parole però interconnesse. Vediamo perché.

Violenza.
Sia essa di natura economica, verbale, fisica, psicologica, la violenza è sempre violenza e crea cicatrici. Nel corpo come nell'anima. Quelle dell'anima fanno più fatica a guarire. Il soggetto cerca di porvi rimedio per lenire la sofferenza. Come? Qualche volta con il:

Sesso.
Io stessa, per guarire dal male subito, mi sono rivolta non solo a psicologi, non solo ho condotto ricerche sui programmi TV, non solo ho intervistato decine di esperti e decine di donne maltrattate o uomini soggetti a violenze psicologiche, ma ho usato il sesso sicuro a perdifiato come modalità di recupero del benessere psicofisico defluito con il sangue del pestaggio. Ho scoperto in seguito che trattasi di scelta fatta spesso sia da donne che da uomini, uno per tutti il bel bruno peloso amico di una Drag Queen. Abituati dai Media ad avere Tutto&Subito, grazie a pochi click sull'app con GPS del nostro smartphone, abbiamo pronta una scopata vicino a casa, perdendo il gusto della conquista, del coltivare gli affetti, di imparare a conoscere gli individui nel profondo. Fino a sconfinare nel:

Sessismo.
Gli uomini e le donne violenti, tendono ad esserlo in ogni ambito, persino utilizzando le immagini per il proprio piacere sessuale. Cerco di spiegarmi. Ponendo l'ipotesi che gli individui in generale possano partire da fotografie non necessariamente pornografiche, ma anche solo di nudo artistico come stimolo per l'autoerotismo, un tale uso può essere definito improprio, ma non si tratta di un uso strumentalmente violento.

Tuttavia, vi sono persone che si eccitano solo guardando foto di bimb* svestiti, (siamo nella pedofilia), che acquistano prodotti di qualsivoglia natura solo se proposti da individui adulti poco vestiti (siamo nel sessismo), che raggiungono orgasmi tramite la violenza, anche solo di immagini di individui nudi e seviziati (siamo nella parafilia). Vi sono anche individui che sottostanno a queste violenze. Entrambe le tipologie, sono di persone violente che, in quanto tali, hanno perso o mai raggiunto i filtri necessari al vivere sociale, soggette a devianze. Devianze sempre più accettate dalla Società, arrivata a disconoscere il sentimento, l'affetto come base per il sesso. Siamo stati diseducati ai sentimenti. Se per pornografia si intende tutto ciò che del corpo senziente è fatto a pezzi, allora siamo nella Pornografia del Sentimento.
Già anni fa, condussi una ricerca iconografica sulla recrudescenza delle violenze praticati ai minori e la presentai ad un convegno B.A.C.A., dimostrando la tesi che noi stessi genitori alimentiamo la pedofilia, inconsapevolmente. Ayzad dice che non è inconsapevolmente.

E qui mi ricollego all'incontro di stamane, con un giornalista 45 enne dal nick Ayzad, studioso di sessuologia, organizzatore di feste particolari e specialista di sesso insolito. Ne cura un blog, che seguo perché non solo fa uso di arguzia, ma anche di ironia quale ottima medicina per i mali del mondo. Di sé dice che è un sadico e ne sciorina la definizione psicoanalitica, lasciandomi di stucco. Definizione da manuale che non saprei riprodurre senza ricorrere a Madre Wiki. Lascio a voi il compito di farlo, ma ha qualcosa a che vedere con la fase anale dell'infanzia.

Se non fosse il porcellone che è, l'avrei scambiato per un pretino. (Questa è un'affermazione provocatoria e sarcastica: la scrivo apposta perché so che leggerà e riderà di gusto). Sempre in nero, con la pancetta tipica della vita abitudinaria, un uomo banale nell'aspetto, ma non nella testa, incarna il sogno di ogni italiano medio. Infatti vive sotto lo stesso tetto con due donne bisex masochiste, conducendo un ménage à trois d'amore e di sesso connaturati uno all'altro. Una vera e propria Trinità dell'Amore (ancora il pretino).


Quando gli chiedo se ha figli, risponde: No. Obietto che i figli sono il nostro passaporto per l'Eternità. Ma lui risponde che nel suo caso si tratta di egoismo. Temo tuttavia sia una maschera per occultare l'incapacità di dedizione verso un piccolo essere indifeso. Lo so, sadismo è dedizione, ma sono convinta che un infante non ne gradirebbe le sfumature. Essendo Ayzad sadico, forse è meglio così, per la prole mancata. Ma la mia è solo analisi psicologica da Settimana Enigmistica. Siamo open mind, lui più di me. Ci intendiamo benissimo con il linguaggio osceno senza scandalizzarci. Mi propone di creare un intervento ad hoc sul rapporto Violenza/Sesso per un prossimo convegno BDSM. Questo è un post di primo approccio all'argomento.

venerdì 20 marzo 2015

UN ALTRO PAPA' NEGATO

Si moltiplicano le testimonianze di padri che, a causa delle strategie (diaboliche?) delle rispettive ex, si vedono negati il diritto di visita dei propri figli, ovvero la possibilità di relazionarsi con loro.
Uno di questi si definisce addirittura ragazzo padre, perché la compagna lo ha lasciato al compimento dell'ottavo mese della piccola, portandosela via.
Un altro invece si può relazionare con la figlia solo se la pediatra rifiuta di produrre certificati di malattia della minore, azione che la madre tenta allo scopo di non farli incontrare.
Ma la situazione dell'uomo 46 enne che ho conosciuto oggi supera ogni più malata fantasia. Quest'uomo, che per rispetto della sua privacy, chiamerò Golia, dal nome del gigante che si fece abbattere da un minuscolo essere, ama così tanto sua figlia da farsi zerbino dell'ex. La signora, cui darò il nome Davida, ha disturbi psichiatrici tali da essere in cura da anni, assumendo farmaci che ne stabilizzano l'umore. Ma era così forte la voglia di essere finalmente padre che, dopo soli tre mesi di frequentazione, senza sapere questo dettaglio della vita personale di Davida, Golia concepisce l'erede proprio con lei. Purtroppo, la gravidanza non consente l'assunzione di farmaci. La donna è lentamente, inesorabilmente tornata scevra degli effetti dei medicamenti e sono emerse tutte le sue problematiche psichiatriche.
Ma ora, perché capiate col cuore la portata della disperazione di quest'altro papà negato, gli lascio la parola, riportando qui uno dei sui status publicati su Facebook, il più spaccacuore. Gli concedo di lasciare il maiuscolo perché, così, secondo la Netiquette, sembra URLATO. CON TUTTI I PUNTI ESCLAMATIVI ED INTERROGATIVI DA LUI STESSO SCRITTI. Ops, scusate il maiuscolo!

- UNA DONNA HA IL DIRITTO DI RIFARSI UNA VITA, UN UOMO NO !!!


- UNA DONNA HA IL DIRITTO DI GODERE DEI SUOI FIGLI, UN UOMO NO!!!


- UNA DONNA HA LA FACOLTA' DI NON LAVORARE E QUINDI FARSI MANTENERE,UN UOMO NO!!!!

- UNA DONNA HA IL DIRITTO DI AVERE ASSOCIAZIONI, ORGANIZZAZIONI, ISTITUTI CHE LA AIUTANO E SOSTENGONO NEL BISOGNO, UN UOMO NO!!!!

- UNA DONNA PUO' DECIDERE SE TENERE O NO UN FIGLIO, UN PADRE NON DECIDE NIENTE ED E ' OBBLIGATO SOLO A MANTENERE LE SCELTE DELLA SIGNORA!!!

- UNA DONNA SE PICCHIA UN UOMO SPESSO RIMANE IMPUNITA, UN UOMO E' OBBLIGATO A PAGARE I DANNI E A RIMANERE A DISTANZA PER SEMPRE ED ESSERE CACCIATO DALLA PROPRIA CASA!!!

POTREI FARE ALTRE MILLE ESEMPI DEI PRIVILEGI DELLE SIGNORE E DELLE CONDANNE DEI PADRI E QUESTA VIENE CHIAMATA "UGUAGLIANZA"?

SIAMO PREDA DI DISPERAZIONE, ABBANDONO, MALTRATTAMENTI DI TUTTI I TIPI, CONDANNE SPESSO SU DENUNCE INVENTATE, E HANNO ANCORA IL CORAGGIO DI DIRE CHE GLI UOMINI SONO PIU' PRIVILEGIATI E CONSIDERATI DELLE DONNE??? E LORO VITTIME ???? FINO A QUANDO QUESTA FARSA , POLITICIZZATA, QUESTA IPOCRISIA SULLE DONNE VITTIME DOVRA' ANDARE AVANTI ???

PERCHE' SE LE DONNE SONO LE VERE VITTIME, OGNI VOLTA CHE UNA DECIDE DI SEPARARSI PER QUALUNQUE MOTIVO, UN PADRE SI DEVE FARE IL SEGNO DELLA CROCE!!!!

E NOI SIAMO ANCORA QUI AD ACCETTARE TUTTO IN SILENZIO??? GENTE CHE SEMBRA AVERE FATTO CORSI DI SOPRAVVIVENZA PUR DI VIVERE???

MI CHIEDO SE NON SIA VERGOGNOSO SUBIRE TUTTE QUESTE PORCHERIE IN SILENZIO CON IL SOLO SCOPO DI SOPRAVVIVERE IN QUALCHE MODO!!! STARE NEL SILENZIO DOPO CHE TI HANNO TOLTO CAUSA!

APPLICAZIONI DI LEGGI INFAMI: DIGNITA', PATERNITA', LIBERTA', TUTTI PRINCIPI PRIMI CHE FANNO DI UN UOMO UN ESSERE UMANO!!!!

Vi sono alcune imprecisioni, dettate forse dalla veemenza, forse dai luoghi comuni, forse dalla ignoranza. Ad esempio, non è vero che le donne rimangono impunite. Ad esempio, so di donne maltrattate rivoltatesti contro il picchiatore al punto di ucciderlo. Ebbene, pur condividendo in cuor mio la loro rivolta, sono in carcere a scontare l'omicidio. La violenza è violenza, SEMPRE E COMUNQUE, da qualsiasi parte provenga. Un Giudice si erge NON a favore della donna a prescindere, ma a favore della Giustizia, A PRESCINDERE.

Se una donna, come è già accaduto in passato, accusa l'ex marito di maltrattamenti, DEVE poterlo dimostrare, pena la condanna per diffamazione e l'allontanamento del minore dal conflitto genitoriale. Ne è di esempio il caso della Dottoressa che vive nella provincia milanese. 

Non è vero che gli ex non abbiano tutela e supporto. Invito Golia a cercare su internet e troverà tante associazioni (ahimè vaticaniste, lo so! Non perché sia contraria alla religione, ma perché, in quanto ispirate dalla Chiesa Cattolica, tendono a negare il divorzio), dicevo tante associazioni di PAPA' (o Padri) SEPARATI, cui addirittura non solo è dato un legale, a volte persino gratuitamente se ne sussiste la condizione economica, ma addirittura un alloggio con pochi euro. Cosa che invece per le donne non avviene. So per esperienza personale, quando a mia figlia invalida e a me fu negata ospitalità ed assistenza dalle principali istituzioni cattoliche.

Tuttavia, mi sento di dover sostenere con forza che tanto le donne possono ricorrere alla violenza privata (articolo 610) quanto gli uomini. Un post che consiglio di leggere trasformando il titolo così: Quando gli UOMINI denunciano per proteggere i loro bambini.

Voglio sottolineare il significato di violenza assistita, come da questo articolo su LA 27ESIMA ORA: Per violenza assistita da minori in ambito familiare si intende il fare esperienza da parte del bambino o della bambina di qualsiasi forma di maltrattamento, compiuto attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica, su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative adulte e minori.

E' mia cura sottolineare i possibili danni che un'esposizione a qualsiasi gesto di natura violenta (fosse anche “solo” psicologica – chi sa cosa significhi psicologica, sa anche perché ho virgolettato il solo!) di fronte ad un minore.

Quindi rivolgo un appello a Golia: se hai prove o testimonianze che la tua ex partner ti maltratti anche solo verbalmente di fronte a tua figlia, sporgi denuncia, perché un minore che vi assiste, sarà un adulto violento, con gli altri, o con se stesso. 
E ricorri ai B.A.C.A.! 




lunedì 2 marzo 2015

LESSICO FAMILIARE

Sebbene non ci conosciamo, ti voglio scrivere la mia storia, perché ho visto che anche tu hai un passato triste, sia pure per motivi diversi, con il padre di tua figlia.

Esordisce così una donna giovane del Nordi Italia, madre di quattro figli, separata dall'uomo che, per anni, gliene ha fatte passare di cotte e di crude. Riporto qui la testimonianza degli ultimi anni della sua vita, così come me l'ha scritta lei, con fatica e sudore e sangue. Il suo o, meglio, quello del suo ex marito, è un caso da manuale. Riconoscibile fin dalle prime affermazioni, come lo definisce la scienza psichiatrica: narcisista perverso.Quello della donna, invece, è un tipico esempio di resilienza. Risorgere dalle proprie ceneri richiede una dose non comune di coraggio e di autocoscienza. Pur non giudicando mai, voglio mettere tra parentesi ed in corsivo alcune considerazioni flash, che facciano risaltare quanto la donna non sia ancora del tutto libera dall'annoso condizionamento psicologico dell'uomo.

Se ripercorro gli anni passati, cado nello sconforto più cupo, perché non riesco a perdonarmi per non essere scappata prima. Qualche anno fa acquistai all’asta un’azienda agricola, una bella azienda, di circa 200 ettari, ben attrezzata. Fu di mia suocera, deceduta. Il mio ex marito diceva di volersene occupare. Stavamo insieme da quando eravamo due ragazzini. Ci sposammo poco dopo averla comprata. Ma da allora è cominciata la fase più nera della mia vita. Cercherò di essere breve anche perché, se da un lato mi fa male raccontare, dall’altro credo che la mia esperienza possa servire come base da cui ripartire per fare ciò che ho in mente di fare. Quell'uomo mi incastrò in una ragnatela fatta di terrorismo psicologico, gelosie ingiustificate, bugie e vittimismo suoi (quante volte ho sentito queste stesse affermazioni da donne soggette a violenze!) e miei sensi di colpa.

Mi isolò totalmente dal mondo esterno. 

Io ero nella sua trappola e non ne potevo parlare con nessuno. Per di più, ero costretta da emergenze economiche che non mi davano nemmeno possibilità di pensare.
Il mio ex marito aveva un passato di tossicodipendenza (la stragrande maggioranza dei narcisiti perversi ha una qualche forma di dipendenza dalle più disparate sostanze, dall'alcool alle droghe ai medicinali), che ha costituito sempre una spada di Damocle sulla nostra vita. All’epoca, chi finiva nella droga era considerato una vittima, una persona troppo sensibile, da aiutare. Animata da quello stesso sentire, mi annullai per lui, spaventata anche solo all'idea che ciò sarebbe potuto riaccadere. 

Oggi, invece, il modo di affrontare il problema è cambiato. Chi cade nella droga, sceglie di farlo.
Non è una vittima, non può pretendere che il mondo giri intorno a lui. In più, ai tempi da una parte si aggiunse quel suo carattere da ragazzo ricco e viziato, abituato ad ottenere sempre ciò che voleva, e dall'altra quello mio, che ho sempre anteposto il benessere altrui a me stessa, con una propensione anormale al sacrificio (anormale? La donna si autocolpevolizza, ancora oggi a distanza di anni. La parola sacrificio deriva dal latino: ficio da facere + sacro da sacrum, ovvero “fare sacro” qualcosa. Solo più tardi si è connotata in senso negativo).

Nonostante tutto, mentre egli fingeva di lavorare, incolpando altri se non otteneva risultati, facendo sempre credere di essere ad un passo dalla soluzione che “avrebbe sistemato” la nostra vita, negli anni abbiamo quattro figli. Io sto appresso alla casa, ai bimbi, al negozio che avevamo aperto, senza collaborazione da parte sua, in nessuna delle attività. Purtroppo, non reggiamo il baratro economico in cui inesorabilmente scivoliamo, così l’azienda finisce all’asta, ma io ho le garanzie per poter chiedere un mutuo.

Da quel momento inizia da parte del mio ex marito la costruzione di un allucinante castello di bugie, scaraventando in una situazione pazzesca me e i miei fratelli, che ci volevano dare una mano. Una situazione che, se solo si fosse comportato con sincerità e senza droga, sarebbe stata perfettamente evitabile. Mi fa male il fatto che abbia abusato del mio amore per la famiglia, che mi abbia strumentalizzata a più non posso per ottenere denaro, senza che si facesse mai alcuno scrupolo. Se le banche gli avessero chiesto i miei organi, quell'uomo glieli avrebbe tranquillamente dati. Ha agito non solo in maniera irresponsabile per se stesso, ma ha anche costretta me a fare cose per le quali avrei avuto problemi di rilevanza penale. Insomma fui la perfetta mucca da mungere e, al termine della mungitura, da macellare.

Finalmente, un giorno mi svegliai e chiesi la separazione. Mi gettò addosso anche la fine del matrimonio, inventando una serie di colpe inesistenti, costringendomi a passare anni a cercare di chiedergli scusa di cose mai fatte. Sto cercando di superare, digerire, metabolizzare, perché vorrei non pensarci più. Ma è difficile, in quanto ora mi tocca sistemare varie questioni. 

Da un lato ho voglia di chiudere con quello che è stato, dall’altro sono incastrata in certe situazioni, che sconfinano nel penale. Scoprirle è stato molto triste. Non ho niente da salvare del mio matrimonio, visto che era un matrimonio unilaterale. Certo, so che dovrei dire i figli, ma è come se li avessi concepiti da sola, visto che tutt'ora non se ne occupa. Quando sono riuscita a ricostruire tutto quello che aveva fatto, avevo due strade davanti a me: o lasciarmi travolgere dagli eventi, morire, imbottendomi di psicofarmaci, oppure tirare fuori tutta la mia forza e ricominciare. Che è la mia scelta.Resilienza, appunto.

Il mio progetto prevede la rinascita dell’azienda e di conseguenza la mia (dovrebbe essere il contrario! Prima ci si deve ricostruire, poi si passa al mondo esterno). Per mesi mi ha impedito di entrare, ha persino querelato nostro figlio che mi protesse quando il mio ex mi colpì con un pugno per essermi recata lì. Aveva un’altra donna. Quando sono riuscita ad entrare e ad impedire il suo ritorno nella azienda, ho trovato lo sfacelo più completo. Nessuna attrezzatura, nessun trattore, erba alta tre metri, nessuna potatura, vigneti stesi a terra senza paletti che li mantenessero, pozzo artesiano senza pompa e relativo quadro elettrico! E la casa ridotta uno schifo, i suoi cani lasciai liberi di rosicchiare le mie cose, persino le foto dei bambini! Di defecare su tutto! 

Trovai sacchi dell’immondizia pieni di documenti che non avrei dovuto vedere, tra cui quelli di una società con i nostri figli alla quale io avrei fittato l'azienda. Inutile dirti che ne eravamo tutti ignari, né io e né i ragazzi ne sapevamo nulla. L'ex marito aveva apposto firme false su ogni cosa. In questo modo avrebbe maneggiato tutti i premi agricoli, avrebbe presentato progetti regionali per avere accesso ai previsti prestiti a fondo perduto. Perché questa persona ama i soldi in modo esagerato, li fa sulla pelle degli altri incurante di ogni conseguenza. A guadagnare lavorando non è capace.

Alla fine, se ne andò di casa quattro anni fa. Durante questi ultimi anni, faceva mostra di occuparsi dell'attività della donna con cui aveva una relazione. Quando io andavo lì, costei diceva di sentirsi male, così mio marito mi invitò a non andarci più. Nel frattempo la mia azienda era ferma, si vendeva ogni tanto un pezzo di terra, ci si rimetteva in regola con le banche, in attesa di avere i mezzi per farla ripartire. I mezzi sarebbero stati i nostri figli. Ho bloccato tutto, ho chiuso la falsa società dei ragazzi inventata da mio marito. Saputolo, l'uomo fece partire una serie di vendette che non sto manco a raccontarti, perché ogni volta mi sanguina il cuore, ma potrai immaginare.

Ora non ha più rapporti con i figli, che definisce miei complici, brutti e cattivi come me. Ha messo tutti noi al bando, noi che siamo la sua famiglia, nonna compresa. (Lui li ha messi al bando? LUI??). Comunque almeno ha smesso di darmi fastidio.

Sono entrata in azienda il 24 maggio scorso. Da allora, molto è stato fatto. Mi hanno aiutato tante persone. L'uomo e la sua famiglia vanno in giro raccontando che io mi sono impossessata di quella che era l’azienda sua, che lui è una mia vittima e che, “poverino” è stato buttato fuori! E che la brutta e cattiva sono io. Va in giro sempre elegante, mentre io mi sbatto avanti e dietro, cercando il modo di far mangiare i suoi figli. Vabbe', capisco che questo è il prezzo che devo pagare per essere stata un’idiota (continua ad autocolpevolizzarsi). Vorrei non pensarci e non farci caso, ma viviamo nello stesso paese, quindi è difficile. Vorrei cadere (cadere?) nel dimenticatoio, vorrei scomparire (scomparire??), mi odio (odia se stessa, invece che lui!) per essere stata così cretina, ma è una cosa che non posso fare. Faccio finta di non sentire e vado avanti. Ti prego di non mettere nomi e riferimenti vari, perché temo sue ritorsioni.

Senza fare della facile psicologia da settimana enigmistica, è facile notare dal lessico della infelice protagonista di questa vicenda come sia ancora sotto l'influsso negativo del narcisista perverso. Però, se non l'amore per se stessa, almeno il suo coraggio, la determinazione, l'amore per i figli, l'hanno aiutata a sopravvivere e a ribellarsi.Non avrei messo comunque riferimenti né geografici e nemmeno nominativi, per rispetto della sua privacy, ma anche perché la vicenda di questa donna è trasversale per classe di appartenenza, per regione geografica, per età, per status sociale.Tutte le donne oppresse da un narcisista perverso prendano esempio da lei. Via dalle violenze domestiche prima che sia troppo tardi.

lunedì 23 febbraio 2015

IL PERDONO E LA MERAVIGLIA

A causa di un banale guasto al mio Iphone 5S (ne scrivo marca e modello perché voglio fare pubblicità comparativa a favore del Galaxy Samsung; di questi ne ho avuti ben tre, in 4 anni, mai dato problemi. L'unico Iphone invece, tanto decantato come il migliore, in meno di 6 mesi è finito già tre volte all'assistenza!), dicevo, a causa di un banale guasto, domenica sera stavo per seguire il consiglio dei Carabinieri di denunciare l'ex marito per violenza assistita da minore. Ma l'ho Perdonato in nome della mia Meraviglia.

Tutto nasce da un cambio di consuetudini. Per decreto del Giudice, il papà deve comprare un biglietto di Freccia Rossa per ogni tratta MI/TO quando arrivo in visita. Questa volta si è rifiutato perché, a suo dire, avevo rinviato, prendendo a pretesto l'operazione di asportazione del cancro al seno. Quindi mi acquista il viaggio con normale interregionale, mutando gli orari. Dal canto mio, per amore del quieto vivere di nostra figlia, taccio e salvo il tutto sull'Iphone. Va detto che la figlia dopo l'aneurisma che mi ha stesa, è stata collocata presso il padre in provincia di Torino, entrando in Val di Susa, collegata alla città da un treno ogni ora.

Quella sera, avrei dovuto riconsegnare Sofia come sempre. Ma senza Iphone, non ricordo bene gli orari. Ritengo di fare cosa giusta portarla all'orario consueto. Il papà non c'è. Lo chiamo grazie al telefono di una signora cliente del bar vicino alla stazione. L'attendiamo una mezzoretta. Entra come una furia. Inutilmente invitato con gentilezza a sedersi per parlare, mi ingiuria di fronte alla piccola. Lo invito alla calma e ad accompagnarmi in stazione a pochi metri di distanza per controllare insieme l'orario dei treni. Mi urla di nuovo contro, rifiutandosi. Tutti gli astanti si voltano sorpresi. Lo invito a controllare il mio telefono, perché guasto. Lo getta via.

La sceneggiata prosegue per strada, sotto gli occhi straniti di nostra figlia. Quando mi approccio alla stazione, tenta fisicamente di impedirmi l'accesso, strattonandomi e più volte tirando per un braccio la piccola.

Sì, avete letto bene e non è un errore di periodo. Pur essendo l'autore delle violenze, ha chiamato lui stesso le Forze dell'Ordine, dicendo che “io stavo rapendo la bambina”. Dice di essere in un bar. Alzo la voce in modo che i Carabinieri mi sentano. “Non andate nel bar, venite direttamente alla stazione, perché è là che stiamo andando”, dico ai Carabinieri.

Le suddette violenze sono avvenute davanti agli avventori del bar e per strada, con passanti che conosco di vista. Molti i testimoni contro di lui. Eppure. Questo dettaglio rilevante parla chiaro circa l'approccio a me da lui riservato. Quando anni fa negò di fronte al consesso di medici della piccola di avermi pestata a sangue, la neuropsichiatra di nostra figlia lo invitò già a curarsi. Fu lì che appresi uno degli elementi del copione: NEGARE SEMPRE.

Rivediamo la moviola. Fin dalle prime ore del mattino di domenica, avevo capito di dover reperire al più presto un caricatore per l'Iphone. Il mio si era appena disintegrato, credevo a causa del prolungato periodo di ricarica dell'Ipad di mia figlia. Purtroppo il papà ne ha dimenticato il caricatore specifico a casa, quindi, uso il mio, affinché la piccola stesse buona a tavola, col suo aggeggio carico.

Prima ancora di fare colazione, pertanto ci catapultiamo in città bassa alla Coop, dove non troviamo l'ambito elettronico. Poi reperito nell'unico altro negozio aperto alla “modica” cifra di 33 ero, pur non essendo originale.

Alle 9:30 siamo di nuovo in città alta, apro la confezione, metto l'Iphone in carica, ci rechiamo a fare colazione con il prezioso Ipad della cucciola, infine a Messa, come ogni domenica.

Alle 11 mi accorgo che l'Iphone restava scarico. Dunque non era un problema di caricatore, ma di terminale. Dalle 11,15 alle 12,40 Marco Molinero, gestore dell'Ostello del Conte Rosso che ci ospita quando vado a trovare mia figlia, si adopera in tutti i modi perché possa recuperare le info di viaggio conservate sul mio telefono. Tutto inutile, il biglietto del treno per la sera di domenica, che avevo ricevuto via posta elettronica, restava gelosamente custodito all'interno di quel guscio impenetrabile che è lo “smartphone” della Mela (smart? Smart??).

Mi rendo conto soltanto alla luce dei fatti della sera, che avrei dovuto subito messaggiare all'ex marito, di aver sbagliato a confidare solo nelle sue capacità di comprensione.

Pertanto, non potendo più accedere alle info del telefono, all'orario di norma prestabilito, ci rechiamo in stazione. Vedo partire sotto i miei occhi il consueto treno per Torino senza che il papà di mia figlia fosse presente a prenderla con sé. Armata di pazienza, fermo un ragazzo che, dal borsone dell'Alpignano calcio, presumo abbia appena terminato una partita. Sta aspettando qualcuno. Gli chiedo se posso usare il suo telefono. Mi dice di sì, che però ha finito i minuti della promozione e che pertanto si possono mandare solo messaggi. Ok, mando un messaggio all'ex marito, avvisandolo che ho lo smartphone rotto, che all'orario prestabilito eravamo già in stazione, che non capivo dove fosse finito. Sofia con calma gioca sull'Ipad. Non sono tesa, ma rassegnata. Sono anni che il mio ex marito mi ha abituata a questi tira e molla sugli orari e non mi arrabbio più da un pezzo.

Comincia a far freddo: per fronteggiare quello che ritengo un banale ritardo, ci spostiamo nel bar della stazione, dove reperiamo il telefono di una cliente che ce lo porge, dicendo subito di avere le telefonate gratis. Che gentile! Chiamo il papà della piccola e con calma gli dico che il mio telefono è rotto e che lo aspettiamo lì. Dopo una mezzoretta arriva, ma ha gli occhi fuori dalle orbite. Noi ci eravamo sedute nella sala grande e con serenità gli dico: Ciao, per favore, siediti qui con noi un attimo, così parliamo con calma.

Attorno a noi una coppia di giovani ed un tavolo con una famiglia dal passeggino. Ci guardano. Il papà di Sofia invece resta in piedi, mi investe, mi dice che è stufo dei miei giochetti in cui invento di aver il cellulare rotto (giochetti?), tenta di strapparmi la piccola dalle braccia. Mantenendo un tono pacato, gli dico: Scusa, ti ho invitato gentilmente a parlare. Lui: NO, NON PARLO CON TE! Una serie di ingiurie, le classiche che tutti gli uomini dicono alle donne quando non sanno come trarsi d'impaccio, cerca di portare via la piccola con la forza, dicendo che so benissimo che il mio treno per Torino è alle 19,45. Ribatto che non lo so, dato che invece del solito Freccia Rossa, mi ha comprato questa volta un normale interregionale TO/MI ad altro orario. E che, ribadisco, gli orari erano salvati nel TELEFONO ORMAI ROTTO.

L'ex marito usa una voce che definire alta è un eufemismo. Bariste ed avventori assistono alla scena con occhi sbarrati, la piccola si lamenta spaventata. Lascio le valige nel locale, con in braccio Sofia, dico: Andiamo tutti in stazione a controllare gli orari, per favore. Cerco di farmi seguire dal papà.
Che però a questo punto si blocca, chiama i Carabinieri, dice loro che sto rapendo la piccola e di essere nel bar, dico ad alta voce ai Carabinieri che sono invece in stazione, di raggiungermi là. L'ex marito fa dietrofront e prende la valigia della figlia, per portarla in auto. Nel frattempo verifico che c'è effettivamente un treno alle 19:45. Torno verso l'auto del papà, gli affido la bimba, vado nel bar a prendere la mia valigia, quindi torno in stazione.

Dove intercetto la pattuglia dei CC. Li fermo: Cercate il Rossi? (Non riporto il vero cognome del mio ex marito). Mi confermano. Ebbene, io sono quella che vorrebbe rapire a bambina. Si fermano e mi ascoltano. Racconto con dovizia di dettagli. Dico anche all'appuntato che l'ex mi aveva pestata a sangue anni fa. Che da questa violenza subita ho tratto una ricchezza, non di certo economica. Che ho lavorato 4 anni a fare ricerche nell'ambito dei maltrattamenti in famiglia per scriverne un saggio, CORPI RIBELLI. Che la mia casa editrice mi manda in giro per l'Italia a parlarne. Che sono invitata da Enti pubblici e privati per spargere le info necessarie ad uscire dalle violenze domestiche.

L'appuntato a questo punto sa di parlare con un'esperta. L'ex marito torna indietro e ci raggiunge. Fa capolino Sofia chiedendomi con voce rotta dal pianto: “Mamma, ma tu stai col Carabiniere?” Prontamente, costui le sorride e le dice: “Siamo amici, tua mamma ed io”. Io confermo. Poi invita il collega ad allontanarsi con il mio ex marito, per nasconderci dagli occhi di Sofia.

Pur avvisandomi di cercare un compromesso a favore della piccola, mi consiglia direttamente di querelare l'ex marito per ingiurie. Gli ribatto: “Guardi, alle ingiurie ci sono abituata! Se proprio devo fare una denuncia, sarà per violenze assistite dalla minore” Il Carabiniere approva.
Poi arriva il mio treno e mi spinge a prenderlo.

Corro, perché mai più vorrei perderlo. Sul teno sono affannata, forse più per la querela che vedo approssimarsi al mio orizzonte già tormentato che non per la corsa in sé. Resto come in trance per tutti i 40 minuti necessari ad arrivare a Torino, cercando di ricordare per filo e per segno i fatti, le testimonianze, i volti conosciuti che sanno dello smartphone scassato, quelli sconosciuti che mi hanno aiutata col proprio telefono o che sono testimoni della violenza assistita dalla minore. A come farmi rimborsare delle spese vive che stavo imputando all'ex marito, non solo del caricatore, ma anche per il riacquisto del biglietto TO/MI. Preparo mentalmente gli scontrini, una bozza di querela, i nominativi delle persone cui inviare un'email, la neuropsichiatra, la mia consigliera spirituale, la mia avvocata.

Sul treno Torino-Milano mi alimento col pane e salame acquistati il giorno prima, poi completo la lettura di uno di quei libri che mi fanno meditare e che, quindi mi piacciono tanto: LE INFRADITO DI BUDDHA, guida orientale per disorientati, di Zap Mangusta. Mi colpisce una frase che mi parla così: “Non vivere mai circondati dalle preoccupazioni e soprattutto non lasciare che diventino la norma. E, in quegli istanti, non permettere al passato di disturbarci. E al futuro di distrarci. Perché il passato non esiste più e il futuro non esiste ancora. Al contrario, vivere nei ricordi, così come nella immaginazione, significa vivere al di fuori della vita, andandosi a procurare una sicura dose di infelicità.”

In sostanza, dice di lasciarsi alle spalle le cose brutte, tanto ormai sono passate e non esistono più. Ed è lì, in quell'istante che decido di non querelare il papà di Sofia.

Però voglio anche lasciare una testimonianza, perché la faccia di Sofia era inequivocabile, quando mi ha vista bistrattata dal suo stesso papà.


Anche se l'ho perdonato, la mia Meraviglia dovrà sapere la verità. Mi sono liberata del passato scrivendo qui, per il futuro della mia Meraviglia.

lunedì 16 febbraio 2015

FEMMINISMO NEL II VENTENNIO

L'era berlusconiana passa alla storia come IL II VENTENNIO, essendo il I quello dell'altro DUCE. Questo II tristo duce ha svilito e avvilito in tutti i modi politicamente possibili la figura della Donna, intendendola come merce di scambio.

L'italiano medio ha assistito (succube) al balletto delle poltrone del potere, assegnate a vallette, attricette, donnette senza altra arte che quella dell'attrazione sessuale. Bei corpi ben vestiti in eleganti e castigati tailleur, traballanti su tacchi a stiletto, come i dettami del ii ventennio prescriveva. Troppa importanza fu conferita al costume da Bunga Bunga, nessuna importanza fu data ai loro cervelli. Forti del potere conferito loro da anni di lotte femministe, quelle donne ritenevano che l'emancipazione fosse arrampicarsi su uno sgabello televisivo a mettere in mostra le gambe.

In Tv fu un rincorrersi di giornaliste scollacciate, botulinate, plasticate, protesizzate, a tal punto da indurre certa Lorella Zanardo a realizzarne un documentario che fece scalpore, IL CORPO DELLE DONNE.

Le ragazzine di quegli anni impararono ad odiare le femministe. Ne diedero per scontate le vittorie raggiunte con anni di lotta per strada, dalle prime suffragette che ottennero il diritto di voto femminile alle ultime che si batterono per il diritto di autodeterminazione. Da italiana media mi ribellai. Ricominciai ad interrogarmi su cosa significasse essere femminista e perché se ne fossero perse le preziose linee guida. Individuai il decadimento dei principi femministi negli atteggiamenti licenziosi del Premier che avrebbe dovuto invece dare un esempio specchiato.

Ma per recuperare il senso del femminismo, dovetti frequentare all'Ateneo Bicocca il corso DONNE, POLITICA, ISTITUZIONI creato e gestito dal Gotha del femminismo milanese, finanziato con Fondi Europei. Ne uscì una tesina che si trasformò in CORPI RIBELLI.


Femminismo oggi è UGUAGLIANZA NELLA DIFFERENZA, non solo parità dei diritti (e dei doveri). E' saper riconoscere le differenza tra generi, non solo sessualmente, ma anche di ruolo nella Società. Se l'Uomo è animato dal principio della Rottamazione, la Donna invece è guidata da quello della Cura. Essere femminista non significa essere frigida, lesbica o camionista, ma essere Donna DD, (come ha inventato un caro amico) ovvero Donna Doppia, con tutto il suo carico di Gioia, Femminilità, Intelligenza, Erotismo, Dedizione. Recuperare presso le ragazzine di oggi la Bellezza del Ruolo di DD deve diventare uno degli scopi primari nell'Educazione fin dalla scuola dell'Infanzia.

domenica 15 febbraio 2015

FASCISMO DEL CORPO

Chi dice che i gay maschi siano sensibili come le donne, non sa che le donne non lo sono parimenti.
Ne ho almeno un paio di esempi.
Su Facebook ho tanti amici gay, maschi e femmine, almeno nella stessa percentuale in cui ve ne siano nella vita reale. Tra di questi, vi sono un grafico che fa il dj nei locali ed un filosofo laureato in pedagogia. Sono più femministi delle femministe. Oso l'ardire di affermare che certi uomini, non necessariamente omo, siano più femministi delle donne.

Il primo scrisse un post su quello che definiriei: la morte del capezzolo. Il grafico manipolò la foto del petto di una donna in modo da cancellarne i capezzoli, chiedendosi perché, così risultante, non solo la foto non sia sexy, ma persino tanto neutra da impedirne l'identificazione erotica. Ne traeva conclusioni stupefacenti: attraverso l'annientazione degli attributi erogeni, nessun individuo avrebbe avuto stimoli. Si trattava di un mero corpo asessuato, non fruibile per il piacere e, quindi, nemmeno per la violenza.

Un altro mio amico, eterosessuale, si è tatuato proprio sul petto nel seguente modo: da una clavicola all'altra, un'aquila dispiega le ali, mentre ghermisce un cuore trafitto da sette spade. Ha inoltre inserito un piercing per ogni capezzolo. Alla domanda del perché si sia tatuato in siffatta maniera, ha solo motivato col nome della madre: Addolorata, che nella icnografia classica, è simboleggiata dal cuore trafitto. Resta inevasa la domanda sul piercing. Afferma però che la donna ideale debba essere tonda e morbida.

Il secondo ha scritto una tesi sulla resilienza, prendendo spunto da un'eroina del cinema, tratta dal film di Quentin Tarantino KILL BILL. Spesso pubblica post estratti da saggi di autrici femministe, come Betti Marenko, di cui riporto il seguente brano: “Continuamente abbiamo sotto gli occhi gli effetti di un body-fascism che detta legge nel nostro immaginario contemporaneo e che impone, suggerisce, consiglia, rappresenta un certo ideale di bellezza tonica, levigata, liscia, terrorizzata dall'invecchiamento, dall'accumulo lipidico, congelata in forme anoressizzate, spoglia di individualità, annichilita in pose patinate e fruibili. Questo è l'immaginario prodotto da una società serializzata, museale e classificatoria che si nutre di corpi organizzandone tempo di lavoro/tempo libero, macinandone le risorse in una reificazione che frustra le membra così come gli spiriti”.

Il grafico dj, il filosofo pedagogista, l'amico-aquila e Betti Marenko mi porgono l'occasione di parlare di disturbi alimentari. Anzi, di parlare di ANORESSIA.

Vi sono stilisti che vestono la donna in modo che più femminile non si può. Sono stilisti omosessuali. Fra costoro, segnalammo anni fa TOM FORD all'organo Garante della Pubblicità per le pubblicità che produsse: donne-dee abbigliate con vesti da sogno, che cadono da scale e si spaccano il cranio. Morte in pozze di sangue. Altre dee che volano giù da finestre, restando impalate su cancellate di ferro. Addosso abiti schicchissimi, sporchi del sangue fuoriuscito dalle lance. Immagini avvilenti che arrivavano a giustificare il femminicidio, tramite il sillogismo: se possiamo ammazzare una dea, figuriamoci se non è possibile farlo con una donna comune. Le pubblicità furono ritirate. Ma, istigazione diretta al femminicidio a parte, tutti gli stilisti propalano l'immagine della donna efebica, magherrima, senza curve, persino emaciata. Una donna di fatto annientata in ciò che più le appartiene: il corpo tondo. Un fascismo del corpo che si è tradotto negli anni in modello da prendere ad esempio per il proprio, specie nelle quasi donne, in quelle cioè che dall'infanzia si affacciano sul mondo delle adulte, attraverso l'adolescenza.

Se cercate in rete, troverete tanti, troppi blog ineggianti alla anoressia. Con consigli su come resistere alla fame, come nascondere il vomito, come impedire ai genitori di vedere il cibo gettato, come nascondere l'interruzione del ciclo. Con inni alla bravura delle anoressiche, attraverso la deificazione di ANA. Non riporto qui i link, ma non farete fatica a trovarli.

Io stessa trascorsi in ospedale un paio di mesi per accudire mia figlia nel reparto di Neuropsichiatria infantile. Vi era una piccola zona del reparto che raggruppava bambini, ribadisco, bambini, non adolescenti, bimbi sotto i 10 anni (femmine e maschi) che soffrivano di anoressia. I genitori erano ammessi solo una volta la settimana.

Assistevo a spettacoli di mancanza di affetto, che si traducevano in un'unica domanda. Appena approdati al reparto, i genitori CORREVANO verso i bambini e, spalancando le braccia, li accoglievano così: HAI MANGIATO? I figli, tutti, torcevano di lato la testa.

Il fascismo del corpo muscoloso, liscio, senza inestetismi, senza grasso, ci fa assistere alla uccisione dell'eterno femminino, quello che celebrava la Dea Madre Terra, raffigurata coi fianchi larghi perché FERTILI. Quella che in alcune culture è definita Pacha Mama, in altre Gaia. Chiediamoci perché GAIA e non ANA.





sabato 14 febbraio 2015

CRIMINOLOGIA RESILIENTE

Nel corso dei miei ultimi 8 anni, durante le ricerche e gli studi del mio ambito, mi sono imbattuta in ben 3 criminologi.

Una, di cui non faccio nome per non darle pubblicità perché coinvolta in vicende processuali ancora in corso che la vedono implicata in manovre non specchiate nei confronti dei suoi stessi clienti, con uno stratagemma si impossessò dell'Associazione anti-pedofilia LA CARAMELLA BUONA, fondata dall'investigatore Dr. Dante Davalli, primo operatore delle FFOO ad aver arrestato un pedofilo in Italia in anni ancora non sospetti. Conosco personalmente Dante perché abbiamo partecipato entrambi nel 2011 ad un convegno B.A.C.A. come relatori. Mentre stimo moltissimo Dante, uomo schivo ma pervicace, per l'impegno profuso in una vita di contrasto fattivo ad uno dei più odierrimi crimini, poca fiducia mi suscita la criminologa perché troppo esposta televisivamente parlando, oltre che in preda al Botox. Una donna vanitosa che non perde occasione per vantarsi. Di cosa? Dei meriti altrui. Ad esempio, quelli di Dante. Lasciamo perdere le polemiche. Positività, sempre è il mio motto.

Il secondo criminologo è il prof. Paolo Giulini, serio e stimato professionista, che ha creato un pool di suoi pari per occuparsi clinicamente dei sex offenders all'interno dei tre poli carcerari milanesi. Ha inventato ed attuato negli ultimi 6 anni una metodica che permette a questi detenuti di non reiterare il reato per cui sono stati condannati. Di questi uomini, Giulini dice: Non sono malati, sono criminali seriali che pertanto vanno tutelati da se stessi, prima ancora delle vittime. Così che, una volta liberi, non tornino a mieterne. Lo conobbi durante un convegno cui assistetti per auto-formazione. Lo volli intervistare. Per ottenere un appuntamento con lui, mi rivolsi ad una delle ragazze volontarie che stavano in Reception. Questa ragazza si chiama Jenny Rizzo e siamo diventate amiche. Anche costei è laureata in criminologia. E' la "mia" terza criminologa. E' di lei che oggi voglio scrivere.

Scrittrice di un saggio breve sulle carceri (IL PENSIERO OLTRE LE SBARRE)  basato su sue esperienze espletate a contatto di galeotti e galeotte, che consiglio a chiunque abbia interessi in ambito sociologico, Jenny ed io abbiamo cominciato a frequentarci. Oggi sono ancora più orgogliosa di averla come amica, perché ha appena finito di confidarmi la storia di sua madre, donna resiliente.

Donnino di classe, tutta ricci e pepe, da poco passata la trentina, Jenny frequenta con passione le lezioni di una disciplina marziale di auto-difesa. Ha uno sguardo indagatore, si prodiga come volontaria per diversi progetti a sfondo sociale; è alla ricerca di un'occupazione che le permetta di guadagnarsi almeno il costo del metano per riscaldare casa; infatti vive in un appartamentino sopra a casa dei suoi, ma è il papà ad occuparsi delle spese gestionali. Pur di non gravare troppo sul bilancio familiare, Jenny tiene il riscaldamento spento. “Ci si conserva meglio!”, si giustifica con l'ironia che la caratterizza.

Avevamo programmato di recarci al PAC di Milano per godere di RI-SCATTI, una mostra fotografica realizzata coi lavori di 6 principianti. Il succo sociale del progetto è avvincente: infatti questi 6 signori sono senza tetto milanesi, coinvolti per tre mesi in un corso di fotografia assieme a tanti altri loro pari. Al termine del corso, sono stati invitati dagli organizzatori a realizzare foto reportage di Milano e delle situazioni di disagio che conoscono così bene. L'alta qualità artistica dei loro scatti ha permesso di trovare un RI-SCATTO sociale. Ora ciascuno ha un contratto a tempo determinato come fotografo. Infine, Jenny ed io ci siamo concesse una pizza e quattro chiacchiere confidenziali.

Ha preso l'abbrivio dal rendiconto sul bel bruno peloso resiliente, chiedendomi se mi avrebbe interessato la storia di sua mamma. Incuriosita, la invito a proseguire. Ma ne parlerò in altro post. Ciò che mi racconta però è la testimonianza delle sue radici da cui ha derivato l'insegnamento della RESILIENZA.
Ritengo che Jenny sia criminologa anche in virtù del vissuto materno, concentrata sulla voglia di trarre insegnamento dalla tragedia che scosse la vita delle sue ave e che però le ha permesso di crescere forte, curiosa, generosa, altruista, resiliente. Tutte caratteristiche che è possibile desumere direttamente dal suo blog.

Jenny Rizzo vi narra le sue esperienze da criminologa presso i detenuti. Riesce ad avvicendare con scioltezza pensieri personali (“sono diventata una criminologa, per poter essere più credibile nel settore penitenziario, non immaginando di quanto difficile fosse poi trovare un lavoro con queste caratteristiche”), valutazioni tecniche (“dal convegno odierno ne è uscito un manifesto, con alcune proposte che verranno presentate per “umanizzare” il carcere e permettere una maggiore cura degli affetti personali”. Seguono le proposte concrete), segnalazioni di disfunzioni istituzionali (“si chiude un decennio di progettazione sperimentale di successo, i detenuti però resteranno a contemplare il soffitto”). Il blog, come il suo saggio breve, rivelano quanto Jenny prenda a cuore il disagio degli strati più deboli della Società. Ed è questo il suo merito principale.

Curiosamente colleziona immagini di corridoi: ospedalieri, carcerari, residenziali, scolastici. Mi appaiono come canali del parto, o sono solo una visionaria da settimana enigmistica?