lunedì 18 gennaio 2016

WILMA RUDOLPH, POLIOMIELITICA OLIMPIONICA

Mi sono sempre chiesta cosa faccia di una persona, una GRANDE persona. La vita mia, e quella degli altri, mi hanno sempre risposto: LA SOFFERENZA. Ne è un esempio Wilma Rudolph, prima donna a vincere alle olimpiadi quattro medaglie e due record del mondo, nonostante all'età di 4 anni avesse contratto la poliomielite. Fu coccolata e viziata per questo suo handicap? Non credo proprio, dato che era la terzultima pulcina tra altri ventun figli di una famiglia nera e per giunta povera del Tennessee, in un'epoca in cui esistevano ancora ospedali riservati alla popolazione afro. 

Parliamo infatti dei '40, periodo in cui Malcom X e Martin Luther King non erano nemmeno agli albori. In cui non era ancora stato scoperto il vaccino antipolio, che sarebbe arrivato ben 15 anni dopo. Fino a quel momento, la polio avrebbe menomato o ucciso più di 370.000 statunitensi, soprattutto bambini, solo 50.000 in meno rispetto ai caduti a stelle e strisce nella Seconda Guerra Mondiale.

Fino agli 11 anni, Wilma dovette portare apposito ausilio correttivo e recarsi due volte la settimana all'unico ospedale della sua zona che ammettesse le persone della sua etnia, ovvero a ottanta chilometri di distanza. Penso di aver cominciato proprio allora a formarmi uno spirito competitivo, uno spirito che mi avrebbe poi fatto vincere nello sport, dice di sé.

Alta sul metro e ottanta, i commentatori dell'epoca scrissero di lei che fosse una bella signora, dotata dell'eleganza di una duchessa, affascinante e aggraziata, persino dall'aspetto regale. Non a caso le fu cucito addosso il soprannome di Gazzella Nera.


Mio padre mi spinse a diventare competitiva con tanti bambini, sentiva che lo sport mi avrebbe aiutata a superare i problemi, scrive la Gazzella Nera raccontandosi nella sua autobiografia, uscita nel 1977, WILMA RUDOLPH ON TRACK, da cui venne tratto un film per la TV, WILMA, con la regia del noto storico documentarista di Olipiadi, Bud Greenspan, dove debutta un diciottenne destinato alla gloria: Denzel Washington.

Amo immaginarla nei primi anni 50 competere coi suoi coetanei maschi, mentre tira al canestro. L'allenatore di basket della scuola le diede il suo primo nomignolo: Skeeter, perché magra, leggerissima, scattante come una zanzara.

Ma è un altro allenatore cui deve la sua fama, Ed Temple che la chiama a formare la squadra di corsa veloce, avendola notata come sprinter nel basket. Wilma aveva una naturale abilità che non sapeva spiegarsi: Io non so perché corro così veloce. Io corro e basta. Il Mister non aveva il tocco morbido. Egli faceva eseguire alle ragazze un ulteriore giro per ogni minuto in cui erano in ritardo. Wilma una volta arriva 30 minuti più tardi al suo allenamento, quindi le commina la punizione di eseguire ulteriori 30 giri. Il giorno dopo Wilma arriva 30 minuti prima, rimanendo seduta sulla pista.

In pochi anni Wilma Rudolph da poliomielitica si trasforma in velocista di livello mondiale. A sedici anni eccola partecipare alle Olimpiadi del 1956 come membro della staffetta U.S.A. della 4×100 m,
vincendo la medaglia di bronzo. Ma per Wilma il bronzo non luccica abbastanza. Da quel giorno, la Gazzella Nera si sfida a vincere solo ori.

L’anno seguente però rimane incinta e perde un’intera stagione di gare. Nasce una bambina, Yolanda che è data in custodia ai familiari e, grazie a speciali accordi – l’Università del Tennessee proibiva alle madri di gareggiare –, Wilma può riprendere a studiare per consegue la qualifica di maestra elementare. Continua ad allenarsi nella corsa. Arriva così nel 1960 ai Giochi di Roma, dove, come si era ripromessa, non ci sono più bronzi. Solo luccichii.

Alle Olimpiadi di Roma nel 1960 infatti stravince. Oro nei 100 m, nei 200 m e nella staffetta 4×100 m, tre vittorie capaci di offuscare:. il mitico trionfo dell’italiano Livio Berruti (primo non nordamericano a conquistare l’oro nei 200 metri), che le viene attribuito come flirt;. l’esaltante maratona a piedi nudi dell’etiope Abebe Bikila (mi sono commossa a notare quanto, dopo 42 chilometri di corsa scattante, fosse ancora fresco all'arrivo, sorprendendomi da sola a pensare a quanto noi consumatori ci affidiamo a scarpe costosissime). e il successo sul ring del futuro Muhammad Ali, alias Cassius Clay, con cui forse Wilma avrebbe preferito flirtare. Al suo rientro a casa, nell’ottobre del 1960, il sindaco organizza una parata e un banchetto di gala dove, per la prima volta nella storia della municipalità, neri e bianchi siedono allo stesso tavolo.

E' entrata nella Black Athletes Hall of Fame e nelle principali Hall of Fame del mondo. Nel 1988, lo Stato del Tennessee dove è nata le intitola lo stadio indoor di corsa veloce. Nel 1990, Wilma diventa la prima donna a ricevere il premio National Collegiate Athletic Association's Silver Anniversary.

La sua ultima competizione risale al 1962. Quando abbandona la carriera, afferma: Non posso salire più in alto di così. Vorrei essere ricordata nei miei anni migliori. Va anche rilevato che in Italia gli atleti sono assunti nelle F.F.O.O. per garantire loro la sopravvivenza e l'indipendenza economica, mentre negli U.S.A. no.Rigorosamente dilettante, Wilma Rudolph non riesce a mantenersi coi proventi dell'atletica. Avvia una fabbrica di prodotti da forno e altri businesses. Si trasforma dapprima in portavoce di una casa cinematografica, poi della Wilma Rudolph Foundation, allo scopo di lavorare coi giovanissimi per formare tutors che venissero inviati nelle scuole con libri su eroi americani. Diventa ambasciatrice onoraria degli Stati Uniti nell’Africa occidentale.

In modo speciale, Wilma Rudolph ispira le giovani atlete Afro - Americane, tra cui la più notevole fu Florence Griffith Joyner, la donna che, dopo di lei, vinse ancora tre medaglie d'oro alle Olimpiadi nel 1988.Scompare nel 1994, a soli 54 anni, per un tumore al cervello.La medaglia non vale meno di un’uniforme: da qualche parte, in casa Clay – Ali, dentro a un baule in soffitta, c’è una tuta di Wilma, donata nel corso dei Giochi di Roma del 1960, ricordo tangibile della grandezza di una vera campionessa olimpica, veloce, determinata e con il cuore pieno di promesse che che nemmeno il cancro, il tempo e i nuovi record del mondo possono cancellare.




mercoledì 13 gennaio 2016

CHI HA PAURA DI SPOSARE FRANCA VIOLA

Il titolo riprende la domanda rivolta agli uomini intervistati ai tempi del delitto consumato ai danni di Franca Viola, allora pubblicamente svergognata e minacciata dalla mafia. Per introdurre Franca Viola, una donna semplice e bella che causò una rivoluzione copernicana in ambito legislativo, ho preferito lo shock di Franca Rame ed il suo monologo sullo stupro, così che percepiate cosa significhi per una donna subire la violenza sessuale.Chissà se gli uomini, dopo la visione dello stupro di Franca Rame, pensano le stesse parole di Celentano ...

Perché ho parlato di rivoluzione copernicana? Perché grazie a Franca Viola lo stupro è passato da reato contro la morale a reato contro la persona. Questa modesta signora del Sud Italia reagì alla fuitina con la denuncia del suo stupratore/pedofilo, nel 1965, in Sicilia. Una quadruplice vittoria, se anche consideriamo l'anno, il luogo e le consuetudini radicate. A quei tempi, infatti, per costringere i genitori al matrimonio, i fidanzati fingevano il rapimento della futura sposa, si nascondevano consumando l'atto sessuale, poi si rappacificavano coi genitori, promettendo il matrimonio per mezzo della paciata (parola ignobile). Lo stupro era così condonato, i reati estinti anche per i complici, come previsto ex Art 544 C.P. di quel tempo.

La signora Franca Viola, allora quindicenne, si fidanza ad un uomo più adulto di lei, condannato per mafia. Quando Bernardo Viola, il padre di Franca, ne scopre l'appartenenza ad una famiglia mafiosa, annulla il fidanzamento, allontanando il giovanotto.

Si chiamava Filippo Melodia, (sebbene la tentazione fosse di lasciarlo in sordina, ha prevalso infine il bisogno di URLARE il nome del criminale, perché chi compie simili delitti, non ha diritto d'oblio!) era nipote di Don Vincenzo Rimi, capomafia dell’Alcamo degli anni ’60, alleato di Gaetano Badalamenti, che fece uccidere Peppino Impastato.

Dopo un breve periodo in Germania, il Melodia torna all'attacco con azioni da criminalità organizzata contro il Viola. Vigneto e casolare bruciati per rappresaglia, gregge di pecore a pascolare nel campo di pomodori, una pistola puntata alla tempia: Chista è chidda che scaccerà la testa a vossìa!Poi il Melodia rapisce Franca, coadiuvato da altri numerosi compari, come fosse proprietà sua.

La violenta.

Tutto il paese tace. Dopo nove giorni, Franca torna nella società civile, liberata: Lasciatelo stare, lui è già mio marito, sono le sue prime parole, forse essendo ancora assoggettata alle siciliane consuetudini. Ma saranno le uniche che le si sentiranno pronunciare, perché Filippo Melodia sarà arrestato. Franca non sposa il Melodia, rifiutando di fare ciò che tutti si sarebbero aspettati. 

Lo denuncia invece per stupro, aiutata e sostenuta dal padre Bernardo, che si costituisce parte civile. Un anno dopo, il suo violentatore subisce la condanna per sequestro di persona e violenza sessuale, come pure altri 6 suoi compari perché complici. Quarantatré anni di condanne per 7 persone.

Bernardo Viola è il primo che vuole salvare la figlia dalle ingiuste imposizioni della legge italiana e quelle ancora più ingiuste delle consuetudini sicule.Il secondo è l'amico d'infanzia Giuseppe Ruisi che la sposa due anni dopo, ricevendo un telegramma di congratulazioni dall'allora Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, accompagnato da un biglietto ferroviario aperto da parte del Ministro dei Trasporti Oscar Luigi Scalfaro come dono di nozze. L'udienza privata da Papa Paolo VI corona la fortunata concatenazione di eventi.

La signora Franca Viola assurge così a personaggio simbolo del progresso e della crescita civile d'Italia e della emancipazione delle donne. Come lei, altre in seguito rifiuteranno le nozze riparatrici.L'8 marzo 2014, in occasione della festa della donna, Franca Viola è insignita al Quirinale dell'onorificenza di Grande Ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, con la motivazione: "Per il coraggioso gesto di rifiuto del matrimonio riparatore che ha segnato una tappa fondamentale nella storia dell'emancipazione delle donne nel nostro Paese".

A lei sono stati dedicati il film LA MOGLIE PIU' BELLA di Damiano Damiani del 1969, con Ornella Muti e Alessio Orano.

Le fu dedicata anche la canzone scritta e musicata dal cantastorie Otello Profazio e Ignazio Buttitta “LA REGINA SENZA RE”.Dopo lo stupro di Franca Rame, ascoltate questa bella ballata mentre leggete della Signora Franca Viola. Ne proverete il giusto sentimento di rivalsa e vittoria.E anche il libro ‘NIENTE CI FU’ (ed. La Meridiana), di Beatrice Monroy che ne racconta la storia.

Nel Codice Penale, ex Art. 587 (conosciuto come delitto d'onore) si leggeva: Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell'atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d'ira determinato dall'offesa recata all'onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella.

Invece, all'Art. 544 (conosciuto come matrimonio riparatore): Per i delitti preveduti dal capo primo e dall'articolo 530 (violenza sessuale), il matrimonio, che l'autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l'esecuzione e gli effetti penali.

Solo nel 1981 si avrà finalmente l'abolizione di questi due articoli di legge che di fatto autorizzavano la violenza sulle donne. Queste leggi si fondavano nell'essenza su due termini: ONORE&IRA, perché la mentalità corrente da cui erano generate, avvertiva disonore se una donna di famiglia, fosse ella figlia, sorella, moglie o madre, consumasse un rapporto carnale non legittimato da matrimonio. Pare superfluo dire che tale sentimento traeva incarnazione dogmatica nella chiesa cattolica. Ira, perché la legge, presupponendo tale sentimento nello scopritore del rapporto illegittimo, glielo condonava o glielo sgravava. Come se la rabbia giustificasse un delitto.L'articolo 544 del codice penale sarà abrogato con la legge 442, emanata il 5 agosto 1981 a sedici anni di distanza dal rapimento di Franca Viola. Di sé, la signora racconta all'intervistatore Riccardo Vescovo: Non fu un gesto coraggioso. Ho fatto solo quello che mi sentivo di fare, come farebbe oggi una qualsiasi ragazza: ho ascoltato il mio cuore, il resto è venuto da sé. Oggi consiglio ai giovani di seguire i loro sentimenti; non è difficile. Io l’ho fatto in una Sicilia molto diversa; loro possono farlo guardando semplicemente nei loro cuori.5 AGOSTO 1981 viene abolito il matrimonio riparatore e tutto è partito da questa donna. Grazie Franca Viola!



venerdì 18 dicembre 2015

EZIOLOGIA DEL FEMMINICIDIO

Tra ottobre e novembre, come ogni anno, si moltiplicano gli eventi legati alle donne, al rispetto della loro diversità, ma soprattutto alla lotta contro le violenze di qualsiasi natura. A fine ottobre, nella sala consigliare del comune di Oulx, in Alta Valle di Susa (TO), presenti le mie compagne di fede buddista, Maria Luisa Chiavassa nascosta da Federica  Giovannini, che sorride, alla sua sinistra, Eliane Doré, detta Lilly.  si è svolta una conferenza tenuta da una Sociologa dell'Università Autonoma di Ciudad Juárez e attualmente professoressa invitata dall’Università di Torino,Martha Estela Pérez.

Messicana, minuta, aggraziata, ma determinata, nel corso degli ultimi anni si è dedicata allo studio delle violenze perpetrate in questa piccola città del Messico, tristemente nota al mondo per l'efferata eliminazione di centinaia (CENTINAIA) di donne ogni anno.





Martha ci spiega come Ciudad Juarez in pochi anni si sia evoluta nella quarta città più grande del Messico, al confine con gli U.S.A., dunque in posizione strategica per il narcotraffico e per traffico umano. Tale posizione la rende una delle città di frontiera tra le più pericolose al mondo.
Cresciuta rapidamente grazie ad un trattato di accordi economici tra Canada, U.S.A. e Messico nel 1993, che prevedeva l'installazione e l'avvio di industrie produttive del Nord America proprio in Messico, Juarez ha raggiunto i due milioni di abitanti in poco tempo. Di questi due milioni, circa il 50 per cento vive in condizione di emarginazione, ai limiti della povertà.
A Ciudad Juarez il caos è la regola, non l'eccezione.

La principale forma di reddito per la popolazione proviene dalle industrie elettroniche per tv ed apparecchi paramedici, nate grazie al trattato del '93. Quasi tutti gli operai sono donne, perché, come sottolinea Martha non senza un certo sarcasmo, hanno maggiori capacità di manualità fine, ufficialmente si suppone che le donne vadano a creare meno problemi in ambiente lavorativo. In poche parole, sono più docili. Scommetto che avete già sentito queste considerazioni anche in Italia.

Dal 1993 a oggi, 8 mila sono i corpi trovati, tra poliziotti, delinquenti, donne. Donne. Giovani, di pelle scura, di famiglie povere, lavoratrici di queste industrie, strangolate, sono le prime donne che cominciano ad apparire dopo il trattato del 1993. Sequestrate. Torturate. Assassinate. Da questo dato, si desume quanto il rispetto per la vita sia un sogno lontano, perché la linea tra legalità e illegalità è fatta di sangue.

Con questa strage di donne, è qui a Ciudad Juarez che è coniata la parola FEMMINICIDIO

Un fatto su tutti. Nel campo detto Algodonero in un giorno del 2003 sono stati reperiti 8-10 cadaveri di donne (il numero non è preciso: i cadaveri erano smembrati) con le stesse caratteristiche. Vale la pena ripeterle: giovani, di pelle scura, di famiglie povere, lavoratrici di queste industrie nate dal trattato del '93, strangolate. Sequestrate. Torturate. Assassinate. Secondo la testimonianza della sociologa, pare che nel giro di una notte, sotto gli occhi della polizia, nel campo Algodonero i cadaveri siano cresciuti fino al numero di 14. Sotto gli occhi della polizia!
A chiunque apparirebbe evidente la connivenza tra narcotraffico, traffico umano e polizia.

Martha ci racconta anche come le donne di Juarez si siano ribellate in coro ai soprusi, alle sevizie, alle torture, agli strangolamenti, ai femminicidi, fino alla cattura di quelli che sospettiamo siano solo capri espiatori, ai quali sono state comminate pene esemplari. Nessuno vuole criticare l'operato della Giustizia di Juarez, ma 14 cadaveri in un campo sotto gli occhi della polizia parlano di ben altro. Anzi, URLANO.

Alla fine della conferenza della sociologa Martha Estela Pérez nasce spontaneo un dibattito, in cui si valuta l'incidenza della parola femminicidio nel paragone tra realtà come Ciudad Juarez e la nostra italiana. Pur consapevoli dell'orrore che suscitano entrambe, sono accezioni totalmente diverse. Là in Messico, si sono individuati alcuni colpevoli seriali che rivolgono le loro attenzioni a determinate vittime, occupanti uno specifico strato sociale. Qui in Italia, il femminicidio avviene tra le mura domestiche ed è trasversale. 

Non smetterò mai di urlare il motto di CORPI RIBELLI - resilienza tra maltrattamenti e stalking: VIA DALLE VIOLENZE DOMESTICHE PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI!




lunedì 7 dicembre 2015

EMILIA ROMAGNA, UNA REGIONE ATTIVISSIMA

Frequento spesso eventi letterari per svagarmi ed arricchirmi. Nel mese di Maggio 2015 mi sono recata alla prima edizione del Festival della Poesia di Mantova. Grazie ad una nuova amicizia maschile, che ora si è persa nei meandri della vita, avevo da poco scoperto quella città, patria di quel Virgilio Nazionale che diede il via alla tradizione poetica italiana. Così quando venni a sapere del Festival, non mi feci sfuggire l'occasione di tornarci. Da sola. L'amicizia maschile infatti era impegnata in uno dei suoi immancabili (a suo dire) eventi sportivi. Che comunque tolleravo, perché ad alto indice di gradimento (e di sopportazione).

Avevo reperito un ottimo B&B di cui volli sperimentare l'ospitalità e non me ne pentii (a tal punto che ne parlo in altro mio blog dedicato ai viaggi fai da te). Pensavo di essermi recata a Mantova per puro diletto, invece. Ora vi racconto perché.Vi erano vari Readings sparpagliati nei luoghi artistici della città di poeti VERI, alcuni misconosciuti, ma altri assurti da tempo a fama internazionale. Ho fatto i migliori acquisti di carta stampata degli ultimi anni. Ma gli acquisti migliori si sono rivelati di natura umana. Tra i poeti misconosciuti, vi era una sindacalista femminista, tale Met Sambiase, che ora non ama più farsi chiamare Met, ma Simonetta. Un percorso formativo presso l'Accademia d'Arte, le ha acceso un forte interesse verso ogni forma artistica ed espressiva. E' presidente dell'Associazione Culturale ExospherePoesiArtEventi  prendendo il nome dallo strato più esterno dell'atmosfera, quello che va a fondersi con lo spazio interstellare, dove le particelle gassose che raggiungono e superano la velocità di fuga (11,2 km/s) non partecipano più alla rotazione terrestre e si disperdono nello spazio.In questi mesi di frequentazione del blog di Simonetta, mi sono spesso chiesta il senso di questa scelta. Grazie a vaghe reminiscenze astronomiche liceali confermate da Madre Wiki, ora lo so. Ebbene, ci scambiammo i contatti, in vista di femministe collaborazioni future. Il momento arrivò intorno alla metà di ottobre, quando Simonetta via Facebook, mi chiese il numero di telefono perché stava organizzando un evento col sindacato di appartenenza, per celebrare la giornata mondiale contro la violenza sulle donne, il 25 novembre.Come sempre accade quando sono Enti pubblici o Organizzazioni private, nessuna ricompensa sarebbe stata prevista dal sindacato, ma ho azzardato la richiesta di un rimborso spese. Mi è stato concesso e io mi sono organizzata perché da Bardonecchia, dove vivo da un mese, raggiungessi Reggio Emilia in treno. Viaggio di non indifferente entità, ma ormai è la mia missione e non posso tirarmi indietro. Certo, l'occasione è gradita per vendere CORPI RIBELLI – resilienza tra maltrattamenti e stalking. Ma tenete presente che sul prezzo di copertina, a me è riservato un guadagno pari ad 1 euro. Solo un autore italiano è riuscito a diventare milionario a furia di vendere libri col guadagno di un euro alla volta, ma il suo nome era già famosissimo grazie alla tv ed a un varietà che aveva spopolato. Il suo nome era Giorgio Faletti. Il suo libro: IO UCCIDO.Qualcosa mi dice che un libro no-fiction e che tratta argomenti pesantucci, scritto da una illustre sconosciuta come me, non farà altrettanto successo. Se aggiungete il fatto che è dedicato a donne che fanno fatica a riconoscere la violenza e che, quando ci riescono, non si allontanano dal loro picchiatore, allora dedurrete che CORPI RIBELLI non mi farà ricca come fece IO UCCIDO per Faletti. Pazienza. Non sono così ipocrita da negare che la ricchezza economica mi farebbe comodo, ma non sono così veniale da rifiutare quella interiore che mi deriva dalla mia missione. E così parto per questa nuova avventura in quel di Reggio Emilia. Nel giorno in cui gli amici ed amiche di Facebook si scatenano con status in cui aborrono la celebrazione della giornata contro la violenza sulle donne, quasi con sgomento snobistico, o poetessi (provocazione femminista), come gli ottimi Vera Bonaccini o Marco De Angelis, i quali vorrebbero che sostanzialmente meno apparenza e più impegno OGNI GIORNO (come non capirli!), assieme ad un gruppetto di sindacaliste io allestisco l'Auditorium Simonazzi, messo a disposizione dalla CISL in quel di Reggio Emilia. Arrivano alla spicciolata relatori e astanti. Ci si presenta, si chiacchiera amabilmente. C'è un'atmosfrea rilassata ma grintosa. Mi viene presentata per prima la relatrice Margherita Salvioli Mariani, dal viso deciso e i capelli cortissimi, dall'aspetto nature ma curata, Segretaria della CISL Emilia Centrale, che snocciolerà i dati statistici, molto neutrali, ma sempre dolorosi: 220 donne che hanno subito violenza solo in Emilia, di cui 100 morte ammazzate. La dottoressa Salvioli Mariani, però, mette l'accento su altro tipo di violenza, quella che permea il mondo lavorativo quando i riconoscimenti (anche economici) riservati alle donne, non sono mai pari a quelli degli uomini. 

Sopraggiunge un'altra bella e curata donna, molto truccata, con tailleur e capelli lunghi lisci, l'avvocata Roberta Mori, Presidenta (altra provocazione femminista) della Commissione Regionale di Parità, impegnata nella promulgazione di norme e regolamenti atti a combattere le discriminazioni di genere, ovunque si verifichino, dall'ambiente di lavoro, alla medicina. E' orgogliosa della legge quadro del 27 giugno 2015 contro le discriminazioni di genere in Regione Emilia Romagna, che tutti i presenti auspicano diventi modello per una legge nazionale. Perché: “La violenza sulle donne è solo la punta di un iceberg che poggia su discriminazioni molto forti. Che vanno sconfitte con l'alleanza di tutta la Società”.In questa prima fase, per ultima interviene la dottoressa Roberta Pavarini, una biondina, ma determinata, che è Presidenta della Commissione Partecipazione, la quale sottolinea la funzione educativa che devono avere le istituzioni pubbliche a partire dalla Scuola, nella prevenzione delle violenze sulle donne. Racconta con orgoglio come un quartiere di Reggio ritenuto per anni disastrato dal punto di vista del tessuto sociale, sia rinato grazie alla forza e alla collaborazione delle sue abitanti donne.Intanto che aspettiamo di cominciare, mi intervista una giornalista de LA GAZZETTA DI REGGIO. Mi rivolge le domande classiche cui rispondo volentieri a profusione, perché mi sento una vera e propria educatrice in questo ambito, come recita il senso del mio cognome. Sono infatti convinta che la nostra società abbia bisogno di educazione prima di prevenzione. Qui vorrei inserire un concetto un po' rivoluzionario. Questo ruolo educativo preventivo pare sia affidato in primo luogo a noi donne, in quanto madri di coloro che da grandi potrebbero rivelarsi picchiatori. Se infatti educassimo i nostri figli MASCHI al rispetto della donna fin dai primi mesi di vita, dubito che da grandi non lo facciano. Quindi la prevenzione parte da noi donne. Quindi, se gli uomini adulti picchiano le donne, le prime misogine siamo noi donne che non gli abbiamo insegnato i filtri culturali necessari a frenarsi. Se mi leggessero femministe, vorrei confutassero questa mia affermazione. Ma mi sento confortata dalle presenze femminili al tavolo dei relatori (tranne un uomo, messo lì per rappresentanza, solo in funzione del fatto di essere alto dirigente del sindacato): tutte impegnate nel sociale, tutte combattenti, tutte con funzione educativa preventiva.Inizia la fase due del convegno. Al tavolo delle relatrici, è la volta di Simonetta, che mi introduce, e la mia, che racconto. Da parte del pubblico c'è sentita partecipazione, non solo emotiva, ma soprattutto intellettuale. Se, da una parte, vedo i volti di alcuni uomini sbiancare alla narrazione delle violenze subite, segno di vergogna per le memorabili gesta del loro sesso, dall'altra le donne mi rivolgono dalla platea alcune domande birichine, forse con la speranza di mettermi a disagio, provocando in me una reazione di sfida. Non chiedo di meglio. Una signora mi chiede: Come ha fatto per la casa? Ebbene, ho necessariamente testimoniato quando, pur essendo cattolica praticante, con una bimba disabile al collo, pestata a sangue, senza lavoro, senza casa, feci il giro delle istituzioni religiose di accoglienza in Milano e mi vidi rifiutare un qualsiasi sostegno. Noto parecchi astanti sussultare. Alla narrazione di come mi sono tirata su le maniche per reinventare da capo la mia vita da zero, ho visto qualche lacrima scorrere.Vorrei invece che mi chiedessero in particolare: Perché le donne in Italia non scendono in piazza, come invece succede a Ciudad de Juarez in Messico? Me lo chiedo anch'io! Non sono psicologa, ma suppongo che le motivazioni vadano rintracciate in archetipi junghiani. Come anche credo che questo non sia il luogo adatto per sviscerare, sebbene abbia fatto qualche tentativo qui e, meglio ancora, qui. In generale, risponderei facendo riferimenti politici (dal golpe di Renzi alla nostra mancanza di responsabilità nella Cosa Pubblica), al fatto che gli organi di informazione ci vogliono ottenebrati, a partire proprio dalle violenze sulle donne, che, secondo loro, sono sempre perpetrate da extra comunitari, mai in famiglia, quando invece la maggior incidenza di causa di morte per le donne non è il cancro, non è l'infarto, ma è il femminicidio da parte di un partner. Finché i Mass Media useranno termini come: omicidio della passione, raptus della gelosia, mai nessuno saprà la verità.



giovedì 3 dicembre 2015

STANDING OVULATION

Ebbene sì, vi rivelo il titolo del libro che sortirà da questo blog.

STANDING OVULATION perché il vero sesso forte siamo noi donne.

Ho trovato a chi appoggiarmi per l'edizione SELF PUBLISHING.


Un sito dove ho reperito consigli pratici e costi ragionevoli, ideato e sostenuto dal Self Publisher Derek Murphy!

venerdì 20 novembre 2015

RISCATTO DA DRAG QUEEN

    A settembre del 2012 conosco virtualmente una Drag Queen via Facebook tramite amicizie comuni. In ottobre chattiamo. Avendo letto la mia vecchia pagina de L'INVIATA SPECIALE DELLE DONNE MALTRATTATE, che ai tempi offriva la possibilità alle donne maltrattate di farsi intervistare da STRISCIA LA NOTIZIA (parliamo del 2011), un progetto naufragato per più concause, la Drag Queen si lascia andare a confidenze esplosive che rivelo solo oggi, dopo averla conosciuta dal vivo. Non farò come di consueto i nomi di nessuno, sebbene sia convinta che i Sex Offenders non abbiano diritto all'oblio.

    Eh sì, sex offenders (ora lo scrivo minuscolo in quanto non meritano rispetto), perché la Drag Queen, da ragazzo, tra i 7 e i 14 anni, fu oggetto delle particolari attenzioni del suo maestro di nuoto, un pedofilo.
    In chat, esordisce dicendo che il suo apprezzatissimo personaggio, che fa tante serate in giro per il Nord Italia, rappresenta “ il riscatto socio-cerebrale delle donne che hanno lasciato un semino dentro di me, IL MEGLIO DELLE DONNE CHE AMO, parolacce comprese!” A questo proposito, chiedo scusa per il turpiloquio in arrivo. Non sono parole mie, ma sue, che lascio in onore alla VERITA'.

    Colgo però anche amarezze in questa sua successiva affermazione: “Mi sono bruciato tutte quelle bellissime prime volte”. Lo correggo: Ti ha bruciato, non “mi” sono bruciato. Tengo molto all'autostima dei miei intervistati. Ma capisco che non ha bisogno di essere incoraggiato. Infatti, anni dopo, (compiuti i 27) ha saputo reagire molto accortamente. Pare che il suo maestro di nuoto, voglio ricordarlo: gay represso e pedofilo, si sia nel frattempo sposato, abbia generato due bambine e che stesse arrivando a loro due.

    Un pedofilo è un pedofilo. Per quanto possa essere intelligentissimo e bello, non guarda in faccia nessuno, neanche la figliolanza. Quando ascolto queste tragedie, la mia reazione immediata è: stacchiamoglielo a morsi. Gli chiedo se avesse capito cosa gli stesse facendo, se l'avesse denunciato, se avesse raccontato a qualcuno degli abusi.

    La Drag Queen afferma di sapere assai bene cosa gli facesse. Ricorda che ai tempi giocava a Barbie di nascosto, che andava in piscina da solo a 7 anni, di essere indipendente, perché nella sua famiglia c'erano altri problemi, a partire dai genitori anziani ed un po' ignoranti ai quali non ha mai raccontato nulla, perché non avrebbero capito. Aggiunge non solo di non averlo mai querelato, ma addirittura di non essere mai andato da uno psicologo. E di attendere pazientemente il suo riscatto. 

    Che arriva sullo squallido piazzale dove faceva volantinaggio per l'Arcigay locale (“Odiavo 'sti posti, ma ho conosciuto un pacco di gente, mai salito su una macchina, neanche un pompinello di striscio, giuro!”) dove arriva il pedofilo-gay represso. Racconta: “Un paio di battute audaci, lo aggancio. Me lo sono scopato violentemente a sangue, gli ho fatto male, sì! Calcola che io sono 54 kg per 178 cm di altezza, praticamente un fuscello! Ma gli piaceva, oh se gli piaceva! Ci ho infilato la mano in culo con le unghie! Poi dicono che i gay sono sensibili, altro che vaselina, questo ci voleva 'na manciata di ghiaia per fare attrito!”. Ma la vendetta non fu questa. Ben altre rivelazioni la Drag Queen aveva in serbo per il suo molestatore. 

    Continua il racconto: “Non gli ho detto chi ero e non si ricordava affatto chi fossi. Sceso dall'auto per fumarsene una, gli ho detto che ero positivo all' HIV. Anche se non era vero, è scappato!”
    Ma non finisce qui. Quel Diavoletto della Drag Queen, dopo un mese scopre che il sex offender era sposato con una sua amica carissima. Infatti caso vuole (ma il caso non esiste) che proprio questa amica gli chieda un consulto gayo circa strani disegni che le figlie facevano di uomini con i collant, per mano a loro. Diabolicamente si fa invitare a cena, così chiarisce davanti a tutti, suoceri vari compresi. Ora il pedofilo vive in Svizzera sotto stretto controllo medico. La Drag Queen dice: “Credimi che non è un film. Lei e lui già vivevano lontani per lavoro e lui le aveva fatto credere che aveva una tipa da qualche parte... Seee, coi basettoni e l'uccello, vabbè!”
    Fortuna la sentenza del Tribunale dei Minori svizzero ne ha stabilito l'allontanamento, gli impedisce di vedere le bambine da solo, gli impone di essere chimicamente impotente e di assumere appositi farmaci che gli inibiscono la libido. La Giustizia a volte funziona, sebbene io insista che avrebbero dovuto staccargli direttamente il pisello a morsi. Scusate se sono trucida, ma se toccano i bambini esce il peggio di me.
La Drag Queen afferma che fino a quel giorno aveva avuto diversi complessi sessuali. Ma ora è felice di aver ottenuto il suo riscatto attraverso la protezione preventiva delle bimbe e ”Tromba tranquillo come un riccio!”

Se ci fossero stati i B.A.C.A. ad aiutarlo ai suoi tempi, forse non avrebbe patito disturbi, chissà...

Sebbene non abbia fatto il suo nome, sono certa che leggerà questo post. Quindi gli dedico questa canzone, magari suggerendogli un nuovo travestimento!





venerdì 23 ottobre 2015

ARTEMISIA GENTILESCHI

Il mio nome è Pastori, Stefi PASTORI, come quelli delle pecore. Voglio sottolineare l'importanza del cognome. Il cognome è la nostra missione, come dice un antico adagio Nomen Omen. Conduco verso la salvezza le pecorelle smarrite nelle violenze in casa. Perché il mio motto per loro è: VIA DALLE VIOLENZE DOMESTICHE PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI. Ho scritto un saggio contro i maltrattamenti in famiglia. Titolo: CORPI RIBELLI– resilienza tra maltrattamenti e stalking. E' una vera e propria guida per uscirne perché contiene nomi e recapiti di coloro che salvano le donne maltrattate. Ma non sono qui per parlarvi di questo.

Sono qui per parlarvi di Artemisia Lomi, detta Gentileschi, antesignana del femminismo. Premettendo che essere femminista non significa necessariamente essere lesbica, frigida o camionista, affermo con forza e determinazione di essere femminista. Nonostante certe illazioni strumentali reperite sul web nei circoli lesbici, forse legati ad un episodio della sua vita, quello che la vede coinquilina nonché amica di una ex vicina di casa, che poi ha dipinto nei suoi quadri, la Gentileschi non fu dedita all'amore lesbico. Anzi, i suoi liberi costumi sessuali sono noti a tutti fin dagli anni della sua gioventù.
Giuditta che decapita Oloferne. Ora, vi chiedo di osservare questo quadro, conservato al Museo Nazionale di Capodimonte. De la Giuditta che decapita Oloferne, un noto critico d'arte, certo Longhi scrive:
La lettura del dipinto sottolinea cosa significhi saperne di pittura, e di colore e di impasto: sono evocati i colori squillanti della tavolozza di Artemisia, le luminescenze seriche delle vesti (con quel suo giallo inconfondibile), l'attenzione perfezionistica per la realtà dei gioielli e delle armi.

Io, che fui Art Director nelle più importanti Agenzie Pubblicitarie di Milano, ho qualche strumento atto a definirlo, pur nella sua crudezza, opulento nelle persone, nelle vesti e nei gesti rappresentati. Opulento.

Spegniamo l'opera, perché ora vi leggerò parole di Artemisia Gentileschi, poi vi mostrerò di nuovo questo quadro e so che lo vedrete con occhi diversi.

« Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch'io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l'altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne »

Questa la testimonianza diretta di Artemisia Gentileschi al processo di stupro, secondo le cronache dell'epoca, conclusosi nel 1611. Tenete a mente l'anno, vi verrà utile tra poco: 1611. Per inciso, vi confesso che la prima volta in cui lessi le sue parole, piansi.

Ora so che riguardando la tela, Giuditta che decapita Oloferne (1612-13), avrete un diverso moto dell'anima. Vi prego di rilevare quanto sia impressionante la violenza della scena. Specialmente dopo aver ascoltato la testimonianza dello stupro!
La data del processo: 1611. La tela: tra il 1612 e il 13. Ora, se sapete che la Gentileschi fu stuprata PRIMA DELLA TELA, sapete anche che l'opera è stata interpretata in chiave psicologica e psicoanalitica, come desiderio di rivalsa rispetto alla violenza subita. Più che rivalsa, la chiamerei RESILIENZA.
RESILIENZA, ovvero quella capacità intrinseca all'animo umano di trasformare il dolore e la sofferenza, anche la più atroce, in ricchezza interiore. Perché tutta la storia della Gentileschi parla di RESILIENZA.

In una società come quella del XVII secolo in cui alle donne era fatto divieto di accedere alle scuole di bottega per diventare pittrici, immaginate quanta sofferenza debba aver assorbito la Gentileschi nel sapere che, durante il processo di stupro, gli accoliti dello stupratore insinuarono nella mente dei giudici e nell'opinione pubblica tanti dubbi circa la sua virtuosità. Con false testimonianze, l'accusarono di essere una donna dai facili costumi e dedita alla promiscuità sessuale. Che se la intendeva persino col padre.

Considerate che quella fu un’epoca in cui una donna già deflorata non poteva essere considerata vittima di stupro! Infatti, studi recenti hanno rilevato che nel Seicento il processo era basato sul concetto di stuprum, inteso come deflorazione di donna vergine o come rapporto sessuale dietro promessa di matrimonio non mantenuta. Il padre di Artemisia denunciò un suo collega (un certo Tassi, non lasciamo all'oblio i nomi dei sex offenders, vi prego!) che dopo la violenza non aveva potuto rimediare con un matrimonio riparatore. Quel Tassi difatti era già sposato (e nel frattempo manteneva anche una relazione incestuosa con la sorella della moglie). Del processo che ne seguì è rimasta esauriente testimonianza documentale, che colpisce per la crudezza del resoconto di Artemisia e per i disumani metodi inquisitori del tribunale.

La Gentileschi ha avuto non solo il coraggio di testimoniare, ma persino di sottoporsi allo schiacciamento dei pollici per confermare l'attendibilità delle sue accuse, cosa che per lei, pittrice, non dovette essere solamente umiliazione e dolore fisico.

Se pensiamo che ancora oggi le donne stuprate o vittime di violenza non hanno il coraggio di denunciare, possiamo davvero far assurgere la figura della Gentileschi all'empireo delle eroine (qui mi venne da scrivere EROI, pensate come il linguaggio stesso sia imbevuto di misoginia! Ad esempio, avvocato per definire una donna avvocata, consigliere per una donna consigliera, assessore per una donna assessora, presidentessa per una presidenta – lo so, quest'ultima è mera una provocazione - Questo argomento meriterebbe una serie di considerazioni a parte!)

Un paio di fugaci considerazioni in merito: tutt'oggi, le donne che denunciano stupratori, spesso NON SON CREDUTE. Più spesso di quanto sia lecito credere, sono sottoposte alla gogna mediatica (un esempio su tutti: giornalisti che le accusano di vestire discinte) e persino a quella di coloro che invece dovrebbero essere preposti alla loro tutela (carabinieri che nel raccogliere la querela, la sottopongono ad interrogatori lunghi e stressanti), o peggio davanti al Giudice (avvocati in difesa dello stupratore che, alludendo a presunti comportamenti libertini, le criticano). In definitiva subiscono una seconda vittimizzazione. Esattamente come accadde ad Artemisia Gentileschi 4, sottolineo QUATTRO secoli fa.

Gli atti del processo (conclusosi con una lieve condanna del Tassi) hanno avuto grande influenza sulla lettura in chiave femminista della figura di Artemisia Gentileschi.
Infatti, negli anni settanta del novecento, la Gentileschi diventò un simbolo del femminismo internazionale e del desiderio di ribellarsi al potere maschile. Contribuirono all'affermazione di tale immagine la sua figura di donna impegnata a perseguire la propria indipendenza e la propria affermazione artistica contro le molteplici difficoltà e pregiudizi incontrati nella sua vita travagliata.
Quindi, non solo lo stupro, ma anche il coraggio di scelte libertarie pre e post violenza ci consentono di guardare alla Gentileschi come modello di resilienza.

Pensate che per una donna all'inizio del XVII secolo dedicarsi alla pittura, come fece Artemisia Gentileschi, rappresentava una scelta non comune e difficile, anche se non eccezionale. Se ne possono ricordare una decina, sue contemporanee. Ma sempre troppo poche rispetto ai numerosi colleghi maschi. L'apprendistato presso papà Orazio rappresentò per Artemisia Gentileschi l'unico modo per esercitare l'arte, essendole precluse le scuole di formazione: alle donne veniva negato l'accesso alla sfera del lavoro e la possibilità di crearsi un proprio ruolo sociale. Una donna non poteva realizzarsi puramente come lavoratrice, ma doveva perlomeno sostenersi col proprio status familiare; il lavoro femminile non era riconosciuto alla luce del sole, ma si realizzava perlopiù clandestinamente, come dimostrano i registri delle tasse e i censimenti.

La Gentileschi riprese dal padre Orazio il limpido rigore disegnativo, innestandovi una forte accentuazione drammatica tratta dalle opere del Caravaggio, caricata di effetti teatrali; stilema che contribuì alla diffusione del caravaggismo a Napoli, città in cui si era trasferita dal 1630 e che la rese famosa nel mondo conosciuto di allora.

Sposata ad un modesto e opaco pittore, la Gentileschi si trasferì a Firenze, dove ebbe quattro figli, di cui la sola figlia Prudenzia visse sufficientemente a lungo da seguire la madre nel ritorno a Roma poi a Napoli. L'abbandono di Roma fu quasi obbligato: la pittrice aveva ormai perso il favore acquisito e i riconoscimenti ottenuti da altri artisti, messa in ombra dallo scandalo suscitato, che fece fatica a far dimenticare. Difatti anche gli epitaffi alla sua morte furono crudelmente ironici.
Il successo, unito al fascino che emanava dalla sua figura, alimentarono motteggi e illazioni sulla sua vita privata.

Artemisia Gentileschi si stabilì a Roma come donna ormai indipendente, in grado di prender casa e di crescere le figlie. Oltre a Prudenzia, ebbe una figlia naturale, nata probabilmente nel 1627.

Dopo Roma e Napoli, LONDRA. Nel 1638 Artemisia raggiunse il padre a Londra presso la corte di Carlo I, dove era diventato pittore di corte e aveva ricevuto l'incarico della decorazione di un prestigioso soffitto di rappresentanza.
Dopo tanto tempo, padre e figlia si ritrovarono legati da un rapporto di collaborazione artistica, ma dubito che il motivo del viaggio londinese fosse solo quello di venire in soccorso all'anziano genitore. Certo è che Carlo I la reclamava alla sua corte per la notorietà e perizia di Artemisia Gentileschi, ormai rinomate presso le corti europee. Un rifiuto non era possibile.

L'interesse per la figura artistica di Artemisia Gentileschi ebbe un forte impulso per merito di studi in chiave femminista che efficacemente sottolinearono la forza espressiva del suo linguaggio pittorico, specie quando i soggetti rappresentati sono eroine bibliche, che pare vogliano manifestare la ribellione alla condizione in cui le condanna il loro sesso.


In un saggio contenuto nel catalogo della mostra svoltasi a Roma e poi a New York, Judith W. Mann prende le distanze da una lettura in chiave strettamente femminista, mostrandone i limiti:
«[Una lettura di questo tipo] avanza l'ipotesi che la piena potenza creativa di Artemisia si sia manifestata soltanto nel raffigurare donne forti e capaci di farsi valere, al punto che non si riesce a immaginarla impegnata nella realizzazione di immagini religiose convenzionali, come una Madonna con Bambino o una Vergine che accoglie sottomessa l'Annunciazione; e inoltre, si sostiene che l'artista abbia rifiutato di modificare la propria interpretazione personale di tali soggetti per adeguarsi ai gusti di una clientela che si presume maschile. Lo stereotipo ha avuto un doppio effetto restrittivo: inducendo gli studiosi sia a mettere in dubbio l'attribuzione dei dipinti che non corrispondono al modello descritto, sia ad attribuire un valore inferiore a quelli che non rientrano nel cliché.»

La critica più recente, a partire dalla ricostruzione dell'intero catalogo di Artemisia Gentileschi, ha inteso dare una lettura meno riduttiva della carriera di Artemisia Gentileschi, collocandola nel contesto dei diversi ambienti artistici che la pittrice frequentò, restituendo la figura di un'artista che lottò con determinazione, utilizzando le armi della propria personalità e delle proprie qualità artistiche contro i pregiudizi che si esprimevano nei confronti delle donne pittrici; riuscendo a inserirsi produttivamente nella cerchia dei pittori più reputati del suo tempo, affrontando una gamma di generi pittorici che dovette esser assai più ampia e variegata di quanto ci dicano oggi le tele a lei attribuite.

Concludo dicendo che, sebbene eroina del femminismo, o forse proprio per questo, Artemisia Gentileschi meriti anche oggi quei riconoscimenti artistici già vivi ai tempi suoi, attribuiteli persino dai regnanti durante la sua vita.